Il ritiro degli Stati Uniti dagli impegni internazionalmente assunti nel 2015 a Parigi ha riaperto il dibattito sul tema ecologico ed ambientale. Macron ha puntato col Planet Summit di Parigi del 12 Dicembre a sfruttare il vuoto americano, per acquisire la leadership nella lotta ai cambiamenti climatici. Il tempismo francese è invidiabile, ma si ferma per ora alle parole. La leadership di questo compito storico sembra essere più alla portata della seconda potenza mondiale: la Cina.

 

L‘abbandono statunitense responsabilizza ulteriormente l’Impero Celeste. Pechino è certamente il principale Paese al mondo per emissioni di gas serra, tuttavia si tratta di un dato legato più alle dimensioni della sua popolazione e della sua impetuosa crescita economica che alle effettive scelte politiche nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Le emissioni di gas serra se lette pro capite ci danno un’immagine diversa, secondo lo studio pubblicato quest’anno dal Telegraph, la Cina, con le sue 6,66 tonnellate a persona, non arriva nemmeno lontanamente ai livelli statunitensi, che ammontano a 16,22 tonnellate per americano.

Negli ultimi anni quello delle emissioni pro capite è un valore diminuito in Cina, così come è sceso del 70% l’impiego di energia per il conseguimento di ciascuna unità di crescita del PIL.

Questi sono i risultati di una precisa strategia di crescita intrapresa dai dirigenti del Partito Comunista Cinese. Nel 2016 è stato approvato il XIII Piano Quinquennale della Repubblica Popolare Cinese, il quale prevede una forte valorizzazione del ruolo delle fonti rinnovabili per alimentare metropoli sempre più in espansione e di distretti industriali, la cui produzione deve tenere conto dei crescenti consumi di una classe media nazionale sempre più numerosa.

La classe dirigente ha preso coscienza che lo sviluppo del Paese non può essere raggiunto al prezzo della sua invivibilità e dei futuri costi dell’inquinamento che graveranno sulla collettività. In questa ottica si legge anche l’operato dell’Autorità Nazionale Energetica attraverso cui Xi Jinping sta riducendo l’impiego e la produzione inquinante, disfunzionale e scarsamente efficiente del carbone.

A ciò si affianca l’incremento nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che già nel 2013 ammontava a 378 GW, un valore più che doppio rispetto a quello statunitense. A Novembre si è raggiunto l’obbiettivo, inizialmente previsto per il 2020, di produrre 105 GW annui attraverso il solare.

La strategia non si ferma però ai confini nazionali, la coscienza ambientale e della ricaduta globale degli effetti dell’inquinamento stanno indirizzando i cinesi verso un vero e proprio modello di sviluppo sostenibile che si ripercuote all’estero grazie a grandi progetti come la Nuova via della Seta. Su Project Syndicate Jianh Kejun indica come

 

«La Cina sta investendo 100 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili ogni anno (…) e 32 miliardi di dollari in altri Paesi. La Grid Corp., controllata dal governo, prevede di costruire una rete mondiale basata su turbine eoliche e pannelli solari»

 

Questo è possibile perché, a differenza degli Stati Uniti, a Pechino la crescita è vista come opportunità per salvare il pianeta e non come pretesto per inquinarlo. Proprio il fatto che la Cina sia la principale fonte di domanda energetica e il possesso di una tecnologia in grado di abbattere il prezzo delle energie rinnovabili le sta offrendo un’opportunità unica di far partire un circolo virtuoso. Questo è alimentato da domanda e investimenti cinesi capaci di rendere più efficiente la produzione energetica da fonti rinnovabili e al contempo diminuirne il costo, estendendo di conseguenza il suo utilizzo. Si tratta di vedere il mercato come governabile strategicamente a vantaggio della collettività e non come una forza ingovernabile a vantaggio di pochi, qui sta il segreto della rivoluzione ecologica cinese.

La Repubblica Popolare si trova oggi di fronte all’occasione storica di assumere esplicitamente la leadership nella lotta ai cambiamenti climatici. Questa permetterebbe a Pechino, visto l’elemento morale e universale insito in questa lotta, di migliorare il suo prestigio, la sua immagine internazionale e la popolarità della sua visione del mercato. Tale leadership porterebbe benefici al mondo e alla Cina stessa. Resta da vedere se Xi Jinping vorrà cogliere questa occasione.

 

di German Carboni

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