Una soluzione drastica al problema dello stabilimento ILVA di Taranto. È questo ciò a cui potrebbe portare il lungo scontro, che vede la Regione Puglia e il Comune di Taranto schierati contro il governo: la chiusura definitiva degli impianti, con il conseguente licenziamento di quasi diciottomila lavoratori, tra direttamente impiegati e altri provenienti da ditte collegate.

Il vertice, che avrebbe dovuto “placare” gli animi, si è invece concluso con questo lugubre scenario. La cordata d’investimenti targata ArcelorMittal, infatti, potrebbe rinunciare agli accordi, lasciando così cadere l’intero impianto; questo, perlomeno, è quanto sostiene il Ministro dello Sviluppo economico Calenda, che in tal modo potrebbe spuntarla nelle dure trattative. Ma non tutti accettano quanto detto: USB, infatti, ha denunciato lo scenario profilato dal Ministro come un vero e proprio ricatto, che anteporrebbe degli interessi economici alla salute non solo dei lavoratori, ma anche dei cittadini che vivono nell’area circostante. Non la pensa molto diversamente il Presidente della Regione Emiliano, che non pare aver preso seriamente le parole di Calenda. Una posizione più bilanciata e quasi “conciliatoria”, è assunta invece da Legambiente, che invita a riprendere seriamente le trattative, tenendo conto di tutti i fattori in campo.

Altro punto focale della crisi in corso, è quanto emerso dall’indagine della Commissione Europea, circa gli aiuti di Stato. L’impianto, infatti, avrebbe ricevuto più di ottanta milioni di euro in più, rispetto a quanto consentito dalle leggi UE. Si aggrava così la spada di Damocle sul futuro dei lavoratori di Taranto: oltre alle trattative (e a tutte le tematiche ad esse legate), bisognerà curarsi anche di restituire la non indifferente cifra qui riportata.

Non è un momento facile per l’ILVA di Taranto, e le vite di migliaia di lavoratori si trovano strette tra due fuochi: da un lato, il licenziamento, dall’altro la seria minaccia all’ambiente e alla vita.

di Giuseppe Cammarano

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