Era il 1972 quando il Club di Roma, organizzazione no-profit che con la sua attività mira a prevedere e analizzare i mutamenti globali, pubblicò il Rapporto sui limiti dello sviluppo. Tale rapporto teorizzava un arresto della crescita economica mondiale dovuto al possibile esaurimento della disponibilità delle risorse naturali, in particolare il petrolio. La crisi petrolifera degli anni ‘70 portò alla ribalta tale rapporto e, il suo superamento, ne minò l’attendibilità, riproponendo così il mito della disponibilità infinita di petrolio.

La questione si è presentata nuovamente in questi giorni, riportata da Il Sole 24 ore

«Il prezzo del barile è ormai tornato sopra 60 dollari (…) quest’anno hanno registrato un minimo storico nelle scoperte di risorse convenzionali.»

Siamo di fronte quindi a una grave scarsità di petrolio. Sonia Mladà Passos, senior analyst della società di consulenza norvegese Rystad Energy (che monitora l’andamento del greggio) ha affermato che

«la cosa più preoccupante è il fatto che nell’anno in corso il reserve replacement ratio (il rapporto tra scoperte e produzione di idrocarburi) ha raggiunto appena l’11% contro più del 50% nel 2012».

Una scarsa reperibilità di petrolio che si traduce, seguendo le regole del mercato, nell’aumento del prezzo al barile.

La nostra società vive di petrolio: carburanti, plastica, fertilizzanti, abbigliamento… più cose di quante se ne possano immaginare. Se effettivamente possiamo stabilire che la nostra maggior fonte di energia non è così stabile e infinita come credevamo, è necessario adoperarsi il prima possibile nella ricerca di una valida alternativa.

Un’impresa tutt’altro che semplice e che necessiterà di molto tempo, da iniziare quindi al più presto e con il massimo impegno dell’intera società internazionale.

di Costanza Gabellini

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