La società moderna, abituata al mercato e a tutti i suoi risvolti, ha sempre visto con diffidenza la pratica dell’obsolescenza programmata; ma non si è ancora giunti, ciononostante, ad una ben definita procedura penale internazionale nei confronti di questa. Interessanti spunti potrebbero essere forniti dalle ultime rivelazioni fatte dalla Apple, che ammette di aver condizionato il ciclo vitale dei suoi prodotti. Più precisamente, Apple ha modificato alla radice le potenzialità della batteria degli iPhone, che diminuirebbe con l’uso (per tutelare la batteria stessa, secondo la celebre azienda di Cupertino). Ed è subito class action, negli USA: in molti hanno condotto azioni legali collettive, sostenendo di aver presentato la problematica a degli assistenti specializzati, i quali però non avrebbero consigliato di far cambiare la batteria, ma semplicemente di comprarne un nuovo modello. Questo fa dubitare delle possibili “buone intenzioni” di Apple, che avrebbe così trovato un modo per vendere sempre nuovi modelli di cellulare. Un comportamento propriamente fraudolento, dunque, ma non ancora ben categorizzato come tale.

Sarebbe sciocco pensare che questa sia una problematica recente, o legata soltanto a Apple. Con “obsolescenza programmata”, infatti si intende una ben precisa pratica industriale, nata agli inizi del secolo scorso, che consiste nel condizionare o modificare la durevolezza di un prodotto. E fin dalla sua nascita, ha ottenuto subito una notevole fama: in particolar modo, le aziende che producono nuove versioni dello stesso prodotto, hanno grazie ad essa sempre una certa possibilità di guadagno. L’altra faccia della medaglia, e il caso Apple lo dimostra ampiamente, è rappresentata dal gran numero di critiche che questa procedura attira su di sé. L’accusa, sostanzialmente, è quella di prendersi gioco del mercato e dei consumatori attraverso dei prodotti “fallati” per natura.

Oggi, gli Stati sono costretti a scendere a patti con le gigantesche aziende multinazionali, che il più delle volte abusano della benevola irresponsabilità, ormai tipica, dei vari governi nel mondo. Sono molti i campi dove gli apparati statali e quelli del commercio sovranazionale si scontrano, e il comportamento sleale di molte aziende è tra questi. Sarebbe opportuno, per l’Italia e per l’Europa (magari ricalcando il modello francese, dove sono in vigore severe pene per l’obsolescenza programmata), prendere dei provvedimenti per risolvere l’annosa questione. Senza una giusta norma per questa pratica, infatti, è molto probabile che le multinazionali che ricorrono a questi procedimenti, non faranno nulla per adeguarsi, o, a limite, studieranno nuovi metodi per “ingannare” gli acquirenti.

di Giuseppe Cammarano

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