Qual è lo stato di salute delle forze armate italiane, e qual è la spesa militare in rapporto al Pil? Di certo, in Unione Europea non lesiniamo, ma spendiamo anche di più di quanto dichiarano Germania e Spagna. Solo Francia e Gran Bretagna spendono maggiormente, ma dispongono di un seggio permanente al consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La pubblicazione “The World Factbook” redatta dalla CIA offre l’elenco della spesa militare di ciascun paese (anche non membro della Nato) rapportato al Pil. La spesa italiana, secondo l’indagine americana, rappresenterebbe l’1,8% del Pil (dato del 2006, 12 anni orsono).Tuttavia, secondo le fonti del Governo italiano, le spese ammonterebbero allo 0,9%.

Tra le due analisi v’è un bel divario, possibile grazie ad una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari le voci del bilancio del ministero della Difesa destinate a: pensioni provvisorie, funzioni esterne e all’Arma dei Carabinieri. Senza tenere conto delle spese militari di altri dicasteri. Lo 0,9% non tiene nemmeno conto delle spese militari e la voce pensioni e non include i fondi delle missioni internazionali.

Nel primo rapporto annuale sulle spese militari italiane presentato dall’Osservatorio MIL€X, alla Camera dei Deputati il 15 febbraio 2017, si può leggere che l’Italia spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti. Una buona cifra che se risparmiata, ristrutturerebbe il debito pubblico, purtroppo mal gestita.

Il 60% delle spese viene impiegato nel personale, con squilibri strutturali: più generali e comandanti che truppa.

Il 30% invece viene impiegato nell’acquisto degli armamenti e dell’attrezzatura: bombe e missili (venduti poi a nazioni che alimentano il terrorismo come Arabia Saudita, o alla controparte, lo Yemen) cacciabombardieri, navi da guerra e mezzi corazzati. Una spesa che negli ultimi anni ha visto un aumento esponenziale (+85% dal 2006) finanziata in gran parte dal ministero dello Sviluppo economico. E’ chiaro che una forte lobby condizioni il Parlamento all’acquisto di armamenti costosissimi che poi divengono di difficile manutenzione. Tutto ciò sarebbe normale se fossimo veramente in stato di guerra, si potrebbe obiettare.

Non essendo l’Italia la “potenza coloniale” del passato, il nostro Paese dovrebbe pensare a difendersi da minacce concrete di questi tempi: attacchi terroristici e guerra informatica. E l’Italia sembra andare nella direzione opposta, acquistando cacciabombardieri americani, lesinando sul suo servizio di intelligence.

Per difendersi da attacchi informatici servono investimenti mirati, come quelli effettuati dalla Russia, e un centro logistico contro la cyber war non esiste ancora. Un virus può mettere in ginocchio centrali elettriche, regioni, comuni, unità sanitarie, e l’Italia vede ancora come priorità l’acquisto di missili.

Secondo le previsioni di spesa per il 2018, si conferma un aumento di quasi il 10% dei fondi ministeriali per gli investimenti in nuovi armamenti e infrastrutture (2,3 miliardi). In aumento del 4,6% anche la spesa per il personale di Esercito, Marina e Aeronautica (10,2 miliardi) nonostante la riduzione degli organici dettata dalla Riforma Di Paola, a causa degli aumenti di stipendio per gli ufficiali superiori previsti dal recente riordino delle carriere. Ne risentono i conti dell’INPS, le casse dello stato e ovviamente il debito pubblico. Senza contare la spesa ufficiale di 16 anni di guerra in Afganistan: 6,3 miliardi di euro, vale a dire oltre un milione di euro al giorno in media. Per arrivare ad una punta di oltre 7,5 miliardi, se si considera logistica, addestramento delle forze armate locali e supporto alla missione internazionale. Una guerra che non ha portato a brillanti risultati: in Afganistan permane un altissimo tasso di mortalità infantile, si conferma la Sharia e la vita non sembra affatto migliorata dopo l’intervento americano. I quattordici anni di missione in Iraq sono costati invece 2,6 miliardi al contribuente. Un desiderio militarista – imperialista mai sopito che ha spinto tutti gli ultimi governi italiani ad aderire a queste missioni militari chiamate di “peace keeping”, ma che di mantenimento pace hanno avuto ben poco.

Probabilmente, se l’Italia fosse in grado di stipulare accordi commerciali migliori ed alleanze geostrategiche, non avrebbe più alcun motivo di partecipare a guerre di coalizioni altrui. L’impegno di una grande potenza passa anche per la diplomazia, e come abbiamo visto, per aver voluto estendere la propria influenza nel Mediterraneo e guardare verso est, l’Italia è stata ricattata dal debito pubblico e a cedere sovranità. L’ammodernamento attuale dovrebbe vedere l’intelligence e l’antiterrorismo tra i primi obiettivi, cominciando a destrutturare quelli aiuti di Stato alla piccola, media e grande impresa voluti dall’industria bellica. I tempi lo richiedono.

Di Valentino Quintana

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