In questi anni si attua contro Venezuela una guerra economica e informativa da parte di un Occidente che si manifesta nella forma di un intreccio di istituzioni pubbliche statali, sovranazionali, private transnazionali che realizzano lo sfruttamento neocoloniale delle enormi risorse naturali ed umane dei Paesi in via di Sviluppo.

Senza il neocolonialismo, sarebbe impensabile la globalizzazione neoliberista, che si regge su una liberalizzazione dei fattori produttivi dei vari Paesi. Questo vuol dire eliminare quanti ostacoli possibili alla libera circolazione di capitale, lavoro, merci e servizi. Dispositivi di protezione della produzione per salvaguardare l’occupazione, strumenti fiscali che incidono sul profitto per redistribuirlo, garanzie di stabilità lavorativa etc. sono ostacoli alla liberalizzazione. La conseguenza è la totale dipendenza delle economie nazionali da capitali multinazionali, di solito provenienti dai centri finanziari occidentali. Per i Paesi in via di sviluppo questo vuol dire spesso l’impossibilità di definire il proprio modello di sviluppo, di sviluppare la propria economia oltre i settori orientati all’esportazione e soprattutto garantire standard di vita degni alla maggior parte della propria popolazione. Realizzare questi obbiettivi nell’attuale scenario globale non può che richiedere almeno un parziale discostamento dall’ordine neoliberista e dai diktat occidentali, che può benissimo aprire ad una serie di possibili ripercussioni da parte dei potenti, qualora il Paese in questione non abbia un potere contrattuale economico o politico tale da rendere i costi delle ritorsioni maggiori rispetto ai loro possibili guadagni.

In questa situazione si è trovato il Venezuela quando il prezzo del petrolio è sceso a al punto da renderlo un attore poco influente sul mercato energetico e aver peggiorato le sue condizioni economiche, facendo del Paese bersaglio degli USA, al centro del sistema neocoloniale mondiale e sostenitore delle oligarchie reazionarie, cosmopolite che hanno ripreso la propria controffensiva nel Paese.

Si tratta di una guerra minacciabile a tutti quei Popoli che desiderano una propria via di sviluppo non eterodiretta.

Negli ultimi quattro anni nonostante Caracas abbia pagato tutti i suoi debiti, il rischio Paese stimato da JP Morgan è stimato 4.820 punti, ossia 38 volte di più rispetto al Cile, che detiene un rapporto debito/PIL simile a quello venezuelano, ma politiche molto più aperte al capitale straniero. Questo non stupisce, la parola default nel caso del Venezuela è stata infatti svuotata del suo significato ed usata a sproposito, creando una vera aura di “rischio sistemico” attorno al Paese meno ovvia di quanto possa sembrare. Fitch Ratings, Standard and Poors classificano il Paese come a rischio di “default selettivo e ben 2 anni fa, Bloomberg affermava che il Venezuela aveva il 76% di possibilità di entrare in default entro l’anno. Nel 2018 questo non è ancora successo. Non si tratta forse delle analisi degli economisti più capaci al mondo, impiegati in alcune delle istituzioni finanziarie più importanti del pianeta? E allora perché questi errori così grossolani?

Una parte della risposta a queste domande può essere data dal fatto che chi ha il potere di farlo, cerca in tutti i modi di far avverare queste profezie. Donald Trump infatti ha emanato un ordine esecutivo, che ne riprendeva un altro di Obama, con cui si mette in atto un esplicito boicottaggio dell’economia venezuelana, impedendone il relazionamento con soci privati statunitensi, mentre si restringono i tempi per pagare gli interessi del debito e le possibilità di rifinanziarlo.

Gran parte del sistema finanziario internazionale è impegnato in un blocco verso le operazioni finanziarie del Venezuela, limitando l’azione di numerose istituzioni pubbliche e private per quanto riguarda accesso a crediti e libere transazioni. Si sono così anche prodotti blocchi nell’acquisto di alimenti e beni di base, ad esempio la terza settimana di novembre sono state annullate più di 23 operazioni di acquisto di alimenti per un valore di 39 milioni di dollari, poiché le banche intermediarie non volevano accettare risorse finanziarie venezuelane.

Chi possiede capitali allora scommette contro il Venezuela isolato e contro la sua valuta, al punto che la famosa inflazione spinta dal mercato nero del Paese ha poco ha che fare con le dinamiche macroeconomiche. Nel 2014 ad esempio il valore del cambio in nero si moltiplicò per 1410, mentre la quantità di moneta aumentò in realtà solo 43 volte. A ciò si devono aggiungere i tentativi del Mercosur di isolare Caracas, le sanzioni dell’UE, del Canada e il ritiro di numerose compagnie dal Paese e infine la caduta del prezzo del petrolio tra il 2014 e il 2016 da 88 a 35 dollari.

Rimane innegabile però che ci troviamo di fronte ad un assedio economico, che cerca di piegare la sovranità venezuelana e che probabilmente attende i prossimi Popoli desiderosi di alzare il capo.

di German Carboni

 

 

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