Ultimamente sotto il mirino degli Usa c’è l’Iran, quello Stato che con Obama aveva sottoscritto un accordo sul nucleare, sintomo, forse, di un piccolo avvicinamento, ma che ora pare finire nella lista nera insieme a Venezuela, Siria, Corea del Nord, Cuba, Russia e Cina, anche se rispetto a questi ultimi due Stati la posizione americana è altalenante.

In Iran in questo periodo hanno luogo varie proteste, che dai media occidentali sono state enfatizzate e considerate come evidente avversione al regime. Per la verità, l’Iran non se la passa proprio bene: negli ultimi tempi i prezzi del carburante, di uova e pollame sono saliti, e la disoccupazione giovanile è al 28,8 % secondo i dati riportati da Patrick Cockburn.

La piccola crisi economica, piccola in confronto a quella che noi ci trasciniamo da anni, è probabilmente scaturita da due evidenti problemi: il primo, il regime di sanzioni cui l’Iran è vincolato, alleggerito al tempo di Obama col compromesso sul nucleare, ora diventato nuovamente pressante con l’amministrazione Trump, che dell’accordo sul nucleare ha fatto carta straccia. Le sanzioni sono pertanto state inasprite, e forse alla base di questa scelta c’è la volontà di Washington di generare malcontento nel popolo iraniano verso il governo, portando incertezza nel Paese, e di indebolire la politica estera iraniana, come sappiamo influente in alcune aree del Medioriente, non da ultimo in Libano attraverso Hezbollah. Un indebolimento di Hezbollah, è noto, farebbe piacere a molti.

In secondo luogo c’è l’idea che fintanto che l’economia iraniana rimarrà agganciata a quella statunitense, col dollaro come valuta di riserva, non ci saranno buoni risultati economici, né tantomeno una completa indipendenza, che da più parti viene chiesta.

Di fronte a queste due ipotesi l’amministrazione iraniana tira dritto, non piegandosi alle mosse statunitensi.

di Dylan Berro

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