“Mad Dog”, questo il nome di battaglia affibbiato dai suoi marines al generale a riposo James Mattis, classe 1950, che di recente il Presidente eletto Donald Trump ha indicato come futuro Segretario della Difesa.

Pare che Mattis non ami l’appellativo di “cane pazzo/rabbioso” (lui preferirebbe “Chaos”, l’indicativo di chiamata che si diede per le comunicazioni via radio durante l’invasione dell’Iraq, nel 2003), ma ormai ce l’ha appiccicato addosso – specie a seguito della Battaglia di Falluja, la più sanguinosa della Guerra in Iraq -, grazie soprattutto ai suoi soldati che, riferendosi a lui, l’hanno sempre usato con gran rispetto già a partire dalla Guerra del Golfo nei primi anni Novanta. “Mad Dog”, infatti, è un nomignolo di gran pregio fra i marines e anche nella sub-cultura americana, e rimanda immediatamente a un’idea di mascolinità, forza e durezza. Se sei un “mad dog”, insomma, sei uno “con le palle” e senza tanti peli sulla lingua, che dice quello che pensa anche a costo di apparire ruvido e tagliente. Virali, e particolarmente apprezzate dalla base di Trump, sono ormai alcune sue citazioni, che aiutano a dipingerlo come un duro e che in certo modo esprimono quella toughness (“forza”) che il Presidente-eletto vorrebbe restaurare. «Siate gentili, siate professionali – Mattis prescrive ai suoi soldati – ma tenetevi da parte un piano per uccidere chiunque incontriate». E ancora, rivolto ai generali iracheni: «Vengo in pace, non ho portato con me l’artiglieria, ma vi supplico, con le lacrime agli occhi: se cercate di fottermi, vi ammazzo tutti».

Un nome di battaglia, quello di Mattis, che dunque pare gli si addica alquanto, tanto che lo stesso Trump, sia su Twitter sia dal vivo, lo chiama in questo modo. Così, infatti, il Presidente eletto ha annunciato la nomina – ampiamente attesa – di Mattis, rivolgendosi alla folla entusiasta presente alla prima tappa del suo “Thank You Tour” a Cincinnati, Ohio: «Abbiamo intenzione di nominare Mad Dog Mattis Segretario della Difesa, ma non lo annunceremo ufficialmente fino a lunedì, quindi non ditelo a nessuno. È un grande […] e dicono che sia colui che più si avvicina al Generale George Patton, ed è ora che uno come lui ritorni!».
E proprio il Generale Patton – eroe della campagna di Sicilia e dell’avanzata delle truppe americane sul fronte occidentale nel 1944-45, soprannominato il “generale d’acciaio” per la sua determinazione e risolutezza – sarebbe una delle figure ispiratrici di Mattis, descritto da molti, fra i ranghi militari, anche come “monaco guerriero”, dacché mai si è sposato né mai ha avuto figli, dedicandosi sempre, anima e corpo, all’Esercito.

Se dunque, da un lato, il Generale Mattis – col suo essere ruvido, politically incorrect e uomo di polso – sembra ben rispecchiare il “nuovo corso” trumpiano, dall’altro la sua nomina parrebbe essere la mossa del Presidente eletto per tranquillizzare gli alti quadri dell’Esercito, dello Stato e del Partito repubblicano, quest’ultimo da sempre sfavorevole e scettico rispetto a Trump. A tal proposito, il Senatore John McCain – già candidato repubblicano alle Presidenziali del 2008 e veterano medagliato del Vietnam, fin dall’inizio critico nei confronti di “The Donald”, col quale ha avuto alcuni aspri battibecchi – ha plaudito a quella che ha definito “un’ottima scelta” da parte di Trump.

L’establishment repubblicano (e governativo in genere) potrebbe infatti apprezzare l’apparente difformità di vedute in politica internazionale fra il Presidente eletto e il Generale Mattis. Sulla Russia, per esempio, Mattis è molto più freddo di Trump (e sostanzialmente concorde con McCain e con altre voci “tradizionali” della politica americana), avendo definito la politica di Vladimir Putin “disgraziata e pericolosa” e avendo messo in guardia contro ogni conciliazione con “le violazioni russe della legge internazionale”; i toni morbidi e concilianti di Trump verso il Cremlino sarebbero per Mattis frutto di cattive informazioni. Posizioni, queste, che potrebbero seriamente confliggere con le innumerevoli dichiarazioni del futuro Presidente riguardanti la NATO, “obsoleta” e da ridimensionare: gli alleati europei dovrebbero assumersi l’onere di spendere più risorse per la loro difesa, delegando di meno agli Stati Uniti, i quali a loro volta dovrebbero ritirarsi da aree in cui non hanno interessi strategici specifici.

E anche sulla Siria sembra che Trump e Mattis la pensino piuttosto diversamente, avendo quest’ultimo in passato chiesto che gli Stati Uniti armassero i ribelli. Il Presidente-eletto, invece, preferirebbe non farlo (e pare non sia un caso che poco dopo la sua vittoria di novembre gli americani abbiano sospeso i rifornimenti alle milizie di al-Nusra), optando invece per un maggiore protagonismo dei russi nella risoluzione del conflitto e per un sostegno strategico al governo del Presidente Assad. Mattis ha inoltre sempre evitato qualsiasi assimilazione tra Islam e terrorismo, spiegando che i militanti islamisti si “nascondono dietro un falso abito religioso”. Queste posizioni sono in netto contrasto con quelle esposte da Mike Pompeo, il futuro capo della Cia, o da Michael Flynn, un altro generale a riposo, scelto dal Presidente-eletto come Consigliere per la Sicurezza Nazionale.

La nomina al Pentagono, in ogni caso, dovrebbe smussare le differenze fra Trump e Mattis: essa è, dopo tutto, una grande rivincita per il futuro Segretario della Difesa, che nel 2013 lasciò la carriera militare, andando in “pensione anticipata”, perché esplicitamente avverso alla politica sul nucleare iraniano di Barack Obama, affermando che l’Iran è “un caso che deve essere trattato come una minaccia alla stabilità regionale” (tutte le sue ultime dichiarazioni, da civile, sono del resto improntate a una critica decisa della politica estera di Obama, accusata di “atrofia strategica”).

Sarà dunque questo marine, a un tempo simile e distante da colui che l’ha scelto, a guidare il Dipartimento della Difesa, alla cui direzione però non arriverà in automatico: la sua nomina, infatti, dovrà ottenere il placet del Senato, visto che, per Legge, gli ufficiali non possono ricoprire cariche pubbliche, se non dopo sette anni dal loro ritiro dall’Esercito. E Mattis è andato in pensione solo tre anni fa. Molti democratici hanno già fatto sapere che, pur non avendo nulla di personale, battaglieranno contro la sua nomina, ma Trump è abbastanza sicuro che questa verrà ratificata, a ragione anche della maggioranza repubblicana nelle due Camere.

Di Lorenzo Amarotto

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