Un dato più che allarmante è emerso dal rapporto della Fondazione Migrantes, dopo l’intervento di don Gianni de Robertis, pronunciato alla conferenza stampa di presentazione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il Direttore Generale della Fondazione, si è soffermato dapprima sul miliardo di persone in movimento, migrazioni interne ed esterne, migranti ambientali e persecuzioni. Se analizziamo i numeri snocciolati dal Direttore, i migranti interni sarebbero 700 milioni, 250 quelli esterni e 68 milioni quelli causati da eventi quali guerre, persecuzioni e disastri ambientali.

Don De Robertis si è soffermato poi su numeri, cifre e dati che riguardano i nostri connazionali all’estero, portando alla luce una tragica realtà di cui nessun mezzo d’informazione aveva sinora parlato. Per esempio, secondo il rapporto, dal 2006 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60,1%, passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti Estero). Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’AIRE erano 4.973.942, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Le partenze degli italiani di oggi incontrano spesso le stesse difficoltà (lavoro nero, sfruttamento) dei nostri emigranti di 100 anni fa.

Ancora più tragica è tuttavia è la notizia che Don Gianni riporta sul finale:

«mi diceva qualche settimana fa il coordinatore dei nostri missionari in Gran Bretagna, don Antonio Serra, (contrariamente a quanto si dice, che la Chiesa non si occupa degli italiani ma solo degli immigrati, il primo impegno della Fondazione Migrantes è sostenere e accompagnare gli italiani nel mondo, abbiamo 366 missioni dalla Finlandia all’Argentina) che a Londra in media ogni mese c’è il suicidio di un italiano, che conosce italiani che vivono in baracche o container».

Una realtà tragica quanto nascosta. Ci si può tranquillamente interrogare quale senso possa avere emigrare in un Paese straniero per andare a vivere in condizioni peggiori di un terremotato nostrano, o in completa indigenza. Si è sempre ritenuto che l’emigrazione sia valida quando la futura terra d’adozione porti ad una vita migliore rispetto a quella attuale. Invece scopriamo che nel 2018, nostri connazionali non solo vivono all’estero in baracche o container, ma le avverse condizioni portano ad un suicidio al mese, di cui nessuno parla.

Questo dovrebbe essere un monito a rimanere nel nostro Paese, e lottare per migliorarlo. Non tutto è oro ciò che luccica, e spesso l’erba del vicino non è più verde della nostra. Fare i pastori o raccoglitori di frutta in Australia, non è probabilmente più curriculare di svolgerlo in Puglia.

di Valentino Quintana

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