Lo stato ebraico è un alleato strategico del mondo occidentale, la miglior democrazia riconosciuta nel vicino oriente, stando alle principali forze politiche, ed ha subito anch’esso le ondate migratorie accogliendo decine di milioni di profughi; Israele sembra tuttavia aver deciso negli ultimi tempi di privilegiare l’esigenza di tutela dell’ebraicità, l’identità etnico-culturale, dello Stato; sicuramente condivisibile sul piano etico, qualche dubbio in termini di aiuto umanitario, siccome sembra che la missione europea sia fornire questo aiuto a tutte le vittime di ingiustizie di questo mondo. Come se ingiustizie non ce ne fossero anche da noi, e non le creassimo proprio facendoci carico di queste masse. Loro possono bilanciare come meglio credono il rapporto tra interesse alla tutela identitaria e aiuto ai richiedenti asilo, senza fornire alcuna spiegazione; il nostro unico interesse nazionale-europeo è invece di appropriarci di forza lavoro più (Germania) o meno (Italia) qualificata; loro possono aiutare le famiglie a crescere, noi dobbiamo chiedere agli stranieri di farlo.

Secolo Trentino ci dice che Israele ha invitato a tornare al loro Paese d’origine i migranti accolti in questi anni. Si tratta di 40 mila migranti residenti nel deserto del Negev, dove il centro di Holot sta per essere chiuso e la situazione dei 1420 che vi risiedono, oltre ai 38 mila nel resto del Paese, si sta aggravando: sono riconosciuti come “infiltrati” anziché come profughi o rifugiati. Israele li considera come migranti economici che ormai costituiscono solo un rischio per la sua specificità culturale e che vanno perciò rimpatriati: Eritrea, Sudan e alcuni perfino Ruanda. Soprattutto rispetto quest’ultimo restano forti perplessità perché il Ruanda ha accettato il rimpatrio di 10 mila persone, col costo di 5.000$ a testa, contro i 3.500 previsti per gli altri, ma diverse ONG tra cui Amnesty International hanno chiaramente avvertito sui gravissimi rischi di persecuzione e morte che questi corrono al loro ritorno.

E proprio vista la situazione in Ruanda è opportuno chiedersi i criteri selettivi che usa lo Stato ebraico per valutare i propri interessi. Sembra che più che la ricerca di un futuro economicamente più vantaggioso, chi fugge da là cerchi la salvezza da un contesto politico ormai da tempo degenerato, che non offra nemmeno quelle condizioni minime per cercare una vita soddisfacente. Questi dovrebbero essere gli esempi più lampanti del profugo, colui che fugge da morte o persecuzione: in Italia alcuni tra i più carismatici intellettuali cercano di convincerci che pure un migrante economico, cioè senza alcuna motivazione a parte il reddito, sia meritevole della massima tutela; in Israele chi fugge da una guerra è degradato al livello di un migrante economico che costituisce un rischio per l’omogeneità nazionale. E chi non accettasse il rimpatrio? Questa è la proposta di mediazione, per chi volesse rimanere è prevista l’incarcerazione e l’espulsione.

La difesa tanto ostinata del carattere ebraico dello Stato è anche connessa con l’espansionismo israeliano che rivela simili dubbi circa la scarsa attenzione del mondo occidentale – pronto a condannare regimi, tirannie, persecuzioni, a sanzionare gli stati che rischiano derive autoritarie – che di fronte le politiche militari del proprio alleato sembra decisamente acquiescente, quando proprio non si ponga in netto contrasto con le reazioni palestinesi, avendo già espresso la propria sentenza sul diritto del popolo arabo su quelle terre.

Di Giulio Sibona

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