Matteo Renzi e Carlo De Bendetti: il leader del Pd, e la presunta, quanto smentita, tessera numero uno del partito. Una telefonata, dalla dubbia tempistica: quattro giorni prima del decreto del Governo sulle Banche Popolari, obbligate a trasformarsi in Spa entro 18 mesi, licenziato il 20 gennaio 2015, Matteo Renzi avrebbe fornito all’imprenditore forti rassicurazioni sull’approvazione dello stesso. Il tutto è emerso da una telefonata, rimasta finora segreta, la cui registrazione è allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche. Entrambi avevano escluso di essersi scambiati in passato informazioni riservate. Ma cosa avrebbe garantito a De Benedetti quest’informazione passata da Renzi?

L’ingegner De Benedetti aveva immediatamente investito 5 milioni di euro con Romed spa, riportando guadagni per seicentomila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Se il giudice deciderà o meno di accogliere la richiesta dei pm, lo vedremo nei prossimi eventi, nel frattempo si esprimerà la Commissione nella relazione finale.

Quali sono le reazioni del mondo politico italiano?

Per il MoVimento 5 stelle, il tutto è una sorta di movimento familistico e amorale, fatto di favori e privilegi. In questo caso, difficile dare torto.

Silvio Berlusconi, per il centro destra, afferma:

«Io penso che se fosse capitato a me sarei già in croce – vediamo come andrà a dipanarsi ma quel conflitto di interessi attribuito a me e alle mie aziende fa sorridere mentre vedo che il signor De Benedetti, i cui giornali hanno fatto campagna contro di me, oggi è stato preso con le mani nella marmellata».

Matteo Renzi affida la sua difesa a Porta a Porta: 

«Tutto quello che ho fatto sulle popolari è pubblico e nelle mani della procura della Repubblica di Roma dove sono stato sentito da testimone. Quello che abbiamo fatto è perfettamente lecito. Perfino su Repubblica il giorno prima si parlava di quel provvedimento».

Affida a Facebook invece, l’attacco di Giorgia Meloni:

«La famigerata ‘tessera numero uno del Pd’ De Benedetti al cellulare affermò che Renzi gli disse che il decreto sarebbe passato. Ogni giorno emergono inquietanti conferme sugli intrecci tra banche, Pd e amici degli amici. Fuori i nomi e i cognomi di chi ha guadagnato dai provvedimenti dei governi della sinistra».

Interferenza di poteri, scambio di favori, commistione di pubblico e privato in una sorta di clan familistico. Per capire meglio la vicenda, ci vorranno ancora giorni. Tecnicamente, possiamo ricostruire in sintesi ciò che sarebbe avvenuto:  con il decreto in questione le Banche Popolari dovevano per forza quotarsi in borsa per diventare successivamente delle Società per Azioni; i loro titoli si sono alzati molto velocemente grazie al decreto d’urgenza (non è stato usato il disegno di legge), facendo guadagnare denaro a tutti coloro che li avevano acquistati in precedenza. In gergo tecnico questa operazione si chiama insider trading, punibile sia in Italia che all’estero.

 

di Valentino Quintana

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