Fin dall’alba dei tempi l’uomo è rimasto affascinato levando i suoi occhi verso l’alto, mirando un’infinita distesa di stelle, immaginando lo spazio. Così, non appena i progressi tecnico-scientifici sono giunti all’altezza di poter intraprendere l’esplorazione spaziale, i due paesi che potevano permetterselo, hanno iniziato lo studio e la ricerca nello spazio, lasciando il resto del mondo in una trepidante attesa di scoperta.

Recentemente la possibilità di navigare nello spazio è diventata accessibile per molti altri paesi, ma c’è chi ancora cerca ostinatamente di raggiungere il cosmo.

Il continente africano lavora su questo dal 1964 quando un gruppo di giovani zambiani, coordinati e ispirati da un professore, noti come gli afronauti, progettavano una navicella spaziale in una rimessa abbandonata per raggiungere Marte. Il tentativo non fu vincente. Ma, per tutta l’Africa, si è tentato nel corso degli ultimi 50 anni di raggiungere questo obiettivo.

Nel 1977 fu il turno del dittatore dello Zaire che lanciò un progetto chiamato il leopardo dello Zaire, progetto affidato stavolta ad un’organizzazione tedesca, specializzata nel settore aeronautico, la Ortag. Ma neanche i tedeschi riuscirono a realizzare il sogno africano.

Jean-Patrice Keka Ohemba Okese, genio africano considerato alla stregua di Einstein, ricevette il compito dal presidente del Congo di riuscire dove il progetto leopardo aveva fallito. Ma, al momento del lancio dei missili nel 2007, si verificò un’altra delusione.

Una storia spaziale di insuccessi che non hanno scalfito la tenacia del continente africano. Negli ultimi anni infatti si sono sempre più diffuse agenzie per gli studi spaziali, in Gabon, Algeria…

Nel giugno 2017 queste agenzie hanno iniziato a essere coordinate tra loro, grazie all’operato della neoeletta commissario dell’Unione africana per le risorse umane, la scienza e la tecnologia, Sarah Anyang Agbor. Uno scambio tra le conoscenze tecniche dei vari paesi africani rappresenta il nuovo tentativo del continente di raggiungere la sua autonomia spaziale, forse l’unione farà davvero la forza.

di Costanza Gabellini

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