Cosa hanno in comune la guerra informatica, le navi statunitensi nel Pacifico, e l’incidente della petroliera iraniana nei pressi di Shangai? Molto più di quanto non si potrebbe pensare a un primo acchito. I molti incidenti navali avvenuti in Asia, infatti, se messi a confronto rivelano dei dettagli decisamente significativi, che gettano una nuova luce sul delicatissimo equilibrio tra Pechino e Washington.

Ma per comprendere ciò, bisogna ripercorrere i curiosi incidenti avvenuti ad alcuni dei molti mezzi militari dislocati nell’Oceano Pacifico. Il primo, avvenuto il 19 agosto del 2016 a sud dell’Isola di Vancouver, coinvolse il sottomarino “USS Louisiana” e un’altra imbarcazione militare; fu poi il turno, tra il maggio e l’agosto dell’anno seguente, della “USS Lake Champlain”, della “USS Fitzgerald”, ed infine della “USS John McCain”. Il dubbio, che ha evidenziato la singolarità della vicenda, parte da alcune constatazioni: innanzitutto, tutte le imbarcazioni sono localizzate alla grande base militare di Yokosuka (condivisa con il Giappone), e le ultime due navi elencate fanno parte della Settima Flotta. Poi, bisogna dire che molti di questi incidenti sono avvenuti alla luce del giorno e con i sistemi radar in piena funzione: dunque diventa difficile sostenere che, con queste basi, le navi si siano scontrate senza alcun preavviso. All’epoca il Pentagono, pur negando (comprensibilmente) qualsiasi possibile intrusione informatica, lanciò subito un’inchiesta, per verificare che la scia di eventi non avesse alcun reale fondamento.

E torniamo ai giorni nostri: la petroliera iraniana (ma battente bandiera panamense) “Sanchi”, dopo aver subito un forte urto con un mercantile cinese, ha riversato in mare buona parte del suo carico (altro petrolio si è disperso in aria, secondo le fonti cinesi). Dell’equipaggio iraniano, tre sono i morti ufficiali, ma non c’è più alcuna speranza per i restanti uomini a bordo della nave. Mentre l’opinione pubblica, non senza ragione, si concentra sull’inevitabile disastro ambientale, si presti attenzione alle condizioni dell’imbarcazione immediatamente precedenti allo scontro: radar ovviamente accesi, e un tratto di mare (quello tra Cina, Corea del Sud e Giappone, per intenderci) decisamente trafficato. Anche qui, un incidente casuale appare quasi improbabile.

Ricapitolando, in breve: nel Pacifico sono presenti diversi Stati capaci di lanciare possenti attacchi informatici: in primis, Stati Uniti, Russia, Cina (ma anche la Corea del Nord, che pare, in questo senso, aver compreso alcune delle necessità per la Guerra moderna); tra questi autentici colossi, molti dei quali in piena ascesa, è in corso un conflitto a bassa intensità, che tuttavia spesso si trova sul punto di esplodere, come in Iran o nella penisola coreana; si inseriscano, infine, questi dati nel complesso scenario marittimo asiatico, trafficato come in poche altre regioni del mondo, nonché uno dei principali teatri dello scontro appena accennato.

Dunque, un sospetto si profila: è così assurdo pensare, anche alla luce dei grandi e rapidi progressi tecnologici, che le varie imbarcazioni coinvolte, dalle navi militari statunitensi alla petroliera iraniana, abbiano avuto incidenti in seguito ad attacchi hacker? Al momento non si ha alcuna certezza, ma se questa ipotesi si concretizzasse, si giungerebbe finalmente ad una nuova fase del conflitto nell’area asiatica, nonché della Guerra in generale. Una fase a lungo teorizzata nelle opere di fantascienza, ma che potrebbe presto diventare reale.

di Giuseppe Cammarano

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