Raul Castro: “l’esempio di Fidel ci ha mostrato quello che potevamo fare, quello che possiamo fare. Ed ora quello che potremmo fare”.

Nel giorno 4 Dicembre 2016, Santiago de Cuba ha dato l’ultimo saluto a Fidel Castro con un corteo funebre seguito da migliaia di persone. Le sue ceneri sono state tumulate al cimitero sull’avenida Patria. Fu prorpio qui, a Santiago de Cuba, dove il leader maximo iniziò la scuola da bambino, e in età matura, mosse i primi passi della rivoluzione nazionalista contro il regime militare filo-americano di Fulgencio Batista. Castro era un giovane ancora acerbo e immaturo dal punto di vista politico, ma era spinto da grandi ideali patriottici, quando il 26 Luglio 1953, in questa città, rischiò la sua vita insieme al fratello Raul, ed un piccolo gruppo di uomini, nel tentativo maldestro di rovesciare Batista con l’assalto alla caserma Moncada. Un azione sanguinosa, dove Castro, e il Movimento del 26 Luglio, riuscirono a scuotere le masse popolari alla successiva ribellione e al sostegno della guerriglia contro Batista. Non poteva Raul Castro non ricordare quest’episodio nel discorso di commemorazione a Piazza della Rivoluzione Antonio Maceo, a Santiago de Cuba, per cui l’esempio di Fidel “ci ha mostrato quello che potevamo fare, quello che possiamo fare. Ed ora quello che potremmo fare”. Il discorso di Raul è un lento viaggio, fatto di piccole scene, che si mostrano come un film in bianco e nero davanti agli occhi dei più anziani presenti alla cerimonia, di quelli che hanno vissuto direttamente gli anni ’60-70, che resero Cuba, una piccola isola conosciuta per i sigari, le spiagge, e le prostitute a buon mercato, protagonista della storia del novecento.

Castro, e tutti i rivoluzionari di quella generazione, hanno raggiunto dei risultati impensabili per un paese del terzo mondo: la riforma agraria, il programma di alfabetizzazione, la migliore sanità dell’America Latina, la resistenza all’embargo economico americano, la lotta per la liberazione nazionale in Angola e in Namibia. Alla cerimonia di Santiago sono intervenute anche le associazioni dei lavoratori, degli agricoltori, dei combattenti della rivoluzione cubana, degli studenti, per dare l’ultimo saluto al leader maximo. Insieme porteranno avanti la rivoluzione con lealtà, davanti ad uno scenario geopolitico diverso ma anche più minaccioso rispetto alla stagione storica chiusa da Fidel. La sua rivoluzione fu per la difesa dell’identità nazionale e dell’autodeterminazione di Cuba, contro l’ingerenza politica ed economica del vicino gigante americano, che ha caratterizzato la storia dell’isola, dalla guerra ispano-americana del 1898 fino a Batista. Le decisioni geopolitiche post-rivoluzionarie, furono imposte dalle rigide regole della guerra fredda, che spinsero Castro necessariamente ad allinearsi al campo ideologico del socialismo reale, per difendere la sopravvivenza della rivoluzione come criterio proritario. Il socialismo cubano di Castro era incentrato sul terzomondismo e sulla laicità. I paesi del terzo mondo in lotta per la loro indipendenza, hanno fatto di Cuba il principale punto di riferimento. Oltre all’intervento militare in sostegno all’indipendenza dell’Angola nel 1975, ricordiamo il sostegno alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, alla vittoria sandinista in Nicaragua, e l’ispirazione alle rivoluzioni bolivariane di questi ultimi quindici anni, in Bolivia con Evo Morales, e in Venezuela con Hugo Chavez. E fu proprio con Chavez, durante il tentativo di colpo di stato militare contro di lui a Caracas nel 2002, che Fidel lo convinse in una conversazione telefonica, a non immolarsi, come fece Salvator Allende in Cile, nel tragico golpe di Pinochet.

La geopolitica cubana ha piantato i semi per il più grande successo storico, ovvero, il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Usa, e la visita di Obama all’Avana nel marzo scorso. Questo rappresenta una vittoria della rivoluzione di Castro, e per l’intera nazione che ha resistito, e che resiste ancora, all’embargo commerciale imposto da Washington per circa 60 anni, una nazione rimasta in piedi nonostante gli sconvolgimenti politici ed economici internazionali, che stringe la mano al nemico di sempre, nella capitale cubana. Sarà ora possibile pagare con American Express a Cuba, i viaggiatori statunitensi potranno portare a casa sigari e rum, e i cubani esuli negli Usa potranno spedire le merci ai loro familiari nell’isola. Piccoli passi in avanti verso la fine definitiva dell’embargo.

Inoltre, Castro ha preservato la laicità religiosa nell’isola. Egli era un uomo di tradizione, di educazione cattolica, e nonostante fosse critico nei confronti delle religioni, non ha mai impostato una netta separazione tra il marxismo ideologico e le diverse religioni come oppio dei popoli, e di conseguenza, non ha mai voluto instaurare quello stalinismo eccessivamente irruente per la cultura dei popoli latini.

L’analisi sulla politica del leader maximo, non è comunque elusa da citiche negative. Anche se le sue politiche sociali hanno realizzato un sistema educativo e sanitario tra i migliori dei paesi del Terzo Mondo, Castro non è riuscito a diversificare l’economia relegata ancora oggi al settore primario e al turismo. Nonostante il piano di concessione statale dei terreni agricoli incolti in usufrutto a privati e cooperative, molti cubani preferiscono emigrare nella capitale iper-popolata e vivere di espedienti. Il mercato nero e il contrabbando sono la regola di vita all’Avana, e le diseguglianze economiche sono una realtà evidente. In questo Castro è stato un personaggio contradditorio; un rivoluzionario nazionalista, rivestito successivamente di falce e martello, che ha vissuto nell’agiatezza e nel benessere individuale. Ma le contraddizioni fanno parte della natura dell’uomo, e non possono essere oggetto di condanna. Le contraddizioni sono intrinseche sopratutto nella cultura e nello spirito latino, ed è ciò che rende unico il popolo sud-americano. Mao Tse Tung diceva che la società si sviluppa nelle sue contraddizioni, nei suoi conflitti, che possono essere sociologicamente conflitti positivi o negativi. Ciò che è mancato al leader maximo è quel pragmatismo utile per risolvere, in certi casi, determinate questioni di carattere economico, ed è prevalso in lui quell’atteggiamento di difesa e di chiusura delle istituzioni, e forse anche quel pizzico di coraggio nel rischiare delle riforme economiche dopo il crollo dell’Unione Sovietica. In questo, eccelle il fratello Raul, che ha dimostrato di colmare le lacune di Fidel con il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Usa, e nell’avviare moderate riforme di liberalizzazione del piccolo commercio. La prossima sfida di Cuba sarà nella realizzazione di un modello economico alternativo al liberismo, e non di cadere nel tranello della globalizzazione. Un sistema economico dove il fattore determinante resterà sempre il rapporto reciproco tra il governo e il popolo cubano che ha preservato fino ad ora il corso della rivoluzione, e la solidità della coscienza nazionale. Il merito della longevità del socialismo cubano risiede proprio nella rottura della distanza tra le istituzioni di potere e il popolo. Per quanto riguarda la politica estera, Cuba dovrà continuare il suo cammino verso il multipolarismo dei popoli latini, per una via comunitarista del sud-america e di tutti i popoli ispanici.

Fidel Castro oltre ad essere un personaggio storico del XX secolo, è anche un esempio di dasein rivoluzionario, quel esserci haideggeriano dotato di tutte le scelte possibili, un esempio per coloro che pensano che rischiare la morte per degli ideali di giustizia sociale sia solo una sceneggiatura per film hollywoodiani. Invece, i rivoluzionari esistono; anche se emarginati e nascosti, esistono all’interno della modernità liquida. I fratelli Castro, e Che Guevara (che da molto tempo è diventato un feticcio da t-shirts, o un souvenir, per il business globale), ci dimostrano che le rivoluzioni devono prima avvenire dentro di sè, per poi diffonderle alle masse. Che le ultime parole di Raul Castro al leader maximo raggiungano il nostro vecchio contintente oramai in metastasi, e tutti coloro che credono nella liberazione dell’Europa dai tecnocrati finanziari.

Non sapremo mai se al di là della vita ci sia un giudizio divino, ma se esso esiste, e avrà condannato Fidel all’inferno, il diavolo dovrà stendergli un tappeto rosso per il suo ingresso.

Di Dario Zumkeller

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