A seguito della dichiarazione su Gerusalemme da parte di Trump sono riprese le manifestazioni e le battaglie per l’autodeterminazione del popolo palestinese. Queste lotte hanno subito trovato un simbolo nella 16enne Ahed Tamimi arrestata a fine dicembre durante la notte dalle forze israeliane.

Non si tratta di una immagine, di un simbolo astratto rispetto all’occupazione israeliana e la lotta contro di essa. Infatti, nonostante la giovane età, Ahed ha conosciuto in prima persona il ferro del pugno con cui Israele tiene e colpisce il popolo palestinese. Già nel 2016, ben prima di essere immortalata nelle immagini che l’hanno resa famosa, era stata intervistata per Telesur da Abby Martin in quanto testimone dell’occupazione e attiva nelle lotte contro di essa.

La sua famiglia vive nel piccolo villaggio di Nabi Saleh minacciato dagli insediamenti illegali dei coloni israeliani. Da anni i suoi parenti partecipano alle marce non violente contro la politica di Tel Aviv. Ahed fin da piccola ha visto e ha partecipato a tutto ciò, sperimentando su sé stessa e su i suoi cari la violenza di Israele.

Nel 2011 suo zio Mustafa è morto ucciso da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata, un anno dopo a morire ammazzato è stato un altro suo zio, Rushdy, sparato dai militari di Israele. La stessa sorte è toccata all’inizio di Gennaio a Musaab, altro suo parente, col triste primato di essere il primo assassinio dell’anno da parte dei militari dello Stato Ebraico ai danni del popolo Palestinese.

Il padre di Ahed, Firas, sostiene che queste siano le conseguenze di una politica israeliana col fine di rendere invivibile ai palestinesi il luogo. Intervistato da Al-Jazeera ha affermato che

«vengono, irritano i residenti, compiono raid notturni nelle nostre abitazioni e gettano bombe sonore nella strada. Questa è nostra realtà quotidiana».

Il villaggio ha solo 200 residenti, ma è sotto costante sorveglianza da parte degli Israeliani, che lo circondano con una massiccia presenza militare, avente doppia funzione di controllare i palestinesi e permettere l’espansione degli insediamenti colonici, che requisiscono sempre più nuove terre e risorse.

Proprio nell’ennesima delle manifestazioni contro questa situazione, il cugino di Ahed è stato sparato in viso da due militari israeliani, questo ha spinto la giovane a schiaffeggiare pubblicamente i due soldati.

Per questo motivo la 17enne è stata arrestata durante la notte e ora attende il processo con l’accusa di aver aggredito i due militari.

La temerarietà di Ahed ha la spiegazione nella profonda passione per la sua terra, che è stata capace di tenerla fiera nonostante una quotidianità segnata dal rischio di essere uccisi, quasi casualmente, dall’IDF. Un rischio che comporta paura, ma che non è di in grado di ostacolare la mobilitazione per quello che la giovane ragazza ha definito come suo unico desiderio: la libertà della Palestina.

La storia di Ahed ha superato i confini di Nabi Saleh, della Palestina e ora migliaia di persone nel mondo si stanno mobilitando per supportarla, opponendosi all’ennesima manifestazione dell’oppressione del più forte e sostenendo la causa palestinese.

Di German Carboni

Commenti