Nel clima di una crisi economica che ormai si può classificare come una destrutturazione economica, si aggrava la situazione nel torinese, dove a Riva di Chieri l’azienda Embraco del gruppo statunitense Whirpool ha definitivamente deciso di delocalizzare e quindi dismettere l’attività. Il governo Renzi aveva infatti firmato un accordo con Whirpool Italia per evitare chiusure ed esuberi, tuttavia questa azienda fa capo al gruppo USA e perciò era fuori dall’accordo.

Questo significa licenziamento per 497 su 537 lavoratori italiani che hanno partecipato ad uno sciopero di fronte la sede dell’Unione Industriale di Torino. L’azienda ha 75 giorni per confermare i licenziamenti che però sembrano già irrimediabilmente decisi per trasferire la produzione in Slovacchia. Dura contro il governo la risposta del segretario regionale della FIOM Federico Bellomo che lo accusa di non essere più capace di difendere gli stabilimenti.

Calenda però si è impegnato anticipando il 18 gennaio un altro incontro prima ancora di quello fissato per l’8 febbraio; il ministro dovrà valutare la situazione, le possibili iniziative e un vertice al ministero del lavoro dovrà considerare i possibili ammortizzatori sociali nonché un piano di risanamento. Per il 24 gennaio è invece atteso l’incontro all’Unione industriale di Torino, dove però i sindacati hanno già pessime aspettative: FIOM e UILM hanno già denunciato che l’azienda ha già spiegato che non c’è nessun programma di salvataggio anche solo parziale della produzione.

I sindacati hanno confermato e continuano ad offrire tutta la disponibilità per cercare qualsiasi mezzo per salvare produzione e lavoratori ma l’azienda è intransigente. A così breve distanza dalle elezioni quali prospettive hanno i lavoratori vittime di un sistema in cui la delocalizzazione diventa sempre più spesso la scelta strategica industriale più facile ed efficiente? Tutte le promesse di Renzi si basano sui suoi 1000 giorni di governo, evidentemente né lui né il suo successore sono riusciti a gestire queste crisi che aggiungono altri esuberi ad un Paese che non riesce più a creare lavoro.

di Giulio Sibona

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