Cinquant’anni fa, nel 1968, un sisma devastante squassava la Valle del Belìce, in Sicilia, causando 400 morti in tre province (Trapani, Agrigento, Palermo), distruggendo sei paesi, con oltre mille feriti e dai 70 ai 90 mila sfollati.

La Sicilia di Verga, dipinta da Luchino Visconti ne La terra trema del 1948, entrava sugli schermi, nelle case degli italiani, ma una volta uscitane le ferite lasciate dal terremoto non sarebbero state rimarginate, finite in una voragine di sprechi e di corruzione i cui strascichi si protraggono fino a oggi.

«Placatasi la terra – scrive Piero Melati sull’Espresso – non fu più la natura ostile ad affilare la falce, ma la mano dell’uomo. […] Nel 1973, a sette anni dalle scosse, le baracche ospitavano 48 mila persone. Tre anni dopo ne imprigionavano ancora 47 mila. Le ultime baracche sono state smontate solo nel 2006. Nel ’95 è stato calcolato che in 27 anni erano stati spesi almeno sei miliardi di euro. L’ultimo intervento per il Belìce era nella legge finanziaria del 2013. Nacque così l’affare del terremoto, che ci avrebbe accompagnato fino ad oggi».

La stessa, cruda e desolante fotografia si ripropose dodici anni più tardi, in occasione del terremoto dell’Irpinia, che mieté 2914 vittime. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, visitando i luoghi del sisma e le macerie fumanti trasformatesi in tombe, pensò al Belìce e proruppe in un grido d’indignazione:

«Perché viviamo ancora nelle baracche e non ci sono state mai date le case promesse? Mi chiedo: dove è andato a finire quel denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belìce? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere? Perché l’infamia maggiore è speculare sulle disgrazie altrui».

Dopo il Belìce vi sono stati almeno sette grandi terremoti in Italia, per i quali la Commissione Ambiente del Senato ha calcolato sia stata destinata una spesa autorizzata di 121,6 miliardi di Euro. Ma quanti di questi soldi sono serviti per l’effettiva ricostruzione e riqualificazione delle aree colpite, quanti sono finiti nel buco nero degli sprechi e quanti hanno ingrassato le tasche di qualche speculatore? Impossibile dimenticare le intercettazioni di alcuni imprenditori, in occasione del sisma aquilano e di quello di Amatrice, che sghignazzavano pensando alle laute prospettive di guadagno derivanti dalla tragedia.

Nota positiva, eccezione in questo triste panorama, è rappresentata dal caso del Friuli, colpito nel 1976 da un forte terremoto, e in cui la ricostruzione, dopo 1000 morti e 44 paesi rasi al suolo, ha funzionato e ogni muro è stato tirato su com’era. Un esempio, una volta tanto, di buona e saggia politica, e di una efficace allocazione del denaro.

 

di Lorenzo Amarotto

Commenti