È tempo di elezioni, in Italia. Promesse elettorali sempre più assurde e ridicole sono sulla bocca di buona parte della classe politica; ma, mentre si promette la proverbiale Luna all’elettorato, e la nostra Repubblica scivola sempre di più nel farsesco, i lavoratori continuano a morire come topi in trappola.

L’Italia, un paese comunemente ritenuto ricco e moderno, non riesce ad assicurare ai suoi abitanti la sicurezza sul posto di lavoro. Lo scenario ricorda terribilmente quello dell’Inghilterra in piena rivoluzione industriale: le regolamentazioni economiche, sempre più orientate alla concorrenza spietata, impongono alle aziende (di qualsiasi tipo, dall’edile all’agricolo) la mancata tutela delle condizioni di lavoro di operai, contadini, meccanici.
Gli ultimi incidenti avvenuti, dunque, rappresentano solo l’ultima traccia di una lunghissima scia di sangue: a Milano, è notizia recente della morte del quarto operaio (su sei coinvolti) alla fabbrica “Lamina” di Milano, dove si produce acciaio e titanio. E c’è un’ulteriore vittima, questa volta a Brescia: un ragazzo, appena diciannovenne, rimasto schiacciato da un tornio a cui era rimasto impigliato.

A chi pensasse che trattare simili argomenti, sia pur brevemente, equivalga a fare facile demagogia, basti qualche numero: l’aumento del 7% delle morti sul lavoro nel solo 2017 (ma ci sono discordanze sulla reale entità del fenomeno); il dato, nei fatti, si traduce in centinaia e centinaia di incidenti mortali. Il nostro Paese si avvicina, ormai, alla macelleria sociale, e a farne le spese è chi lavora. Basterebbe una maggiore attenzione di chi propugna (a parole, s’intende) la difesa della classe lavoratrice, per eliminare, o quantomeno arginare, la strage in corso. Ma sarà difficile, fin quando a farla da padrone saranno le logiche di mercato che hanno ormai corroso la nostra società.

di Giuseppe Cammarano

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