Per capire per quale motivo una telefonata e un tweet possono riempire le testate giornalistiche di mezzo mondo per giorni e giorni è necessario gettare uno sguardo verso tutte le ambiguità delle relazioni sino-americane.

Quando Donald Trump ha ricevuto una telefonata dal leader taiwanese Tsai ing-wen forse non sapeva che stava andando a mettere il dito in una delle piaghe che da più tempo affliggono le relazioni sino-americane. E d’altronde non si spiegherebbe diversamente l’alzata di scudi fatta in primis dai giornali internazionali e poi, quasi in contemporanea, da un Obama che ha tenuto a ribadire la posizione ufficiale del suo paese. Quella telefonata è stato il flebile fischio che fa venire giù la valanga, e questo è potuto accadere per una serie concatenata di ambiguità. Non una, come molti riferiscono, ma almeno tre ambiguità incastellate una sull’altra. La telefonata di Trump non è semplicemente ambigua per se, ma si inserisce in un contesto ampiamente sfumato.

Prima di tutto le relazioni Cina-Taiwan. La problematica risale al 1927, data dello scoppio della guerra civile tra i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Tze-tung, e teoricamente finisce con la vittoria di quest’ultimo. Ma nonostante questo la guerra civile non è mai terminata: Taiwan è diventata immediatamente il rifugio dei nazionalisti sconfitti e ha continuato a rivendicare la Cina continentale. Una prova su tutte il nome: quella di Taiwan si continua a chiamare “Repubblica di Cina” e benché la sua capitale provvisoria si trovi sull’isola (Taipei) la vera, legittima, rivendicata capitale è Nanchino,che si trova sul continente. Nel 1992 a seguito di un incontro semiufficiale tra i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica di Cina si arriva al cosiddetto Taiwan Consensus. In breve: entrambe le parti riconoscono il principio di una Cina unica. Purtroppo l’ambiguità sta nel fatto che nessuna delle due parti è d’accordo su cosa “Cina” significhi. Quando parlano di “One China Principle” entrambe le parti non fanno che vedere se stesse.

Un secondo punto di ambiguità è dato dalla condotta degli Stati Uniti. Ambiguità che non nasce ieri, o venerdì scorso con la telefonata del tycoon, ma affonda le sue radici nella guerra fredda. Dopo il 1949 la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina sono cadute nella logica dei blocchi della guerra fredda: L’URSS riconosceva come legittima la Repubblica Popolare, gli Stati Uniti, invece, la Repubblica di Cina. Questo finisce nel 1971, quando la Repubblica Popolare prenderà il seggio di Taiwan alle Nazioni Unite. Infine nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti approva il “Taiwan Relations Act” in cui si stabiliva la fine delle relazioni diplomatiche tra USA e Taiwan, e si riconosceva la legittimità della Repubblica Popolare. Da quel momento in poi nessun presidente degli Stati Uniti è stato in collegamento telefonico con il leader di Taiwan (“leader”, non “presidente” come maldestramente scritto da Trump). Ma nonostante questi atti del Congresso gli Stati Uniti hanno continuato ad avere de facto relazioni molto strette con Taiwan. Pensiamo solo alle forniture militari (nel 2010, quando la Clinton era segretario di stato, il pacchetto di forniture militari ammontava a 6,4 miliardi di dollari) che sono una malattia cronica delle relazioni sino-americane. Inoltre va rilevato come, nonostante non ci sia un’ambasciata americana a Taiwan, gli interessi americani continuano ad essere rappresentati sull’isola da organizzazioni non profit come l’American Intitute in Taiwan. Questa seconda ambiguità è data dai molteplici interessi che gli Stati Uniti hanno nella regione: mantenere buone relazioni con Pechino; proteggere Taiwan, considerata dagli USA una democrazia alleata; e impedire una guerra tra le due Cine.

Infine c’è l’ultima, la più grande incognita. Questo punto interrogativo si chiama Donald Trump. E se l’elezione di quest’uomo è stata accolta con una certa tiepidezza in Cina lo si deve proprio alla sua natura imprevedibile. Beninteso: mentre con Trump si parla di tiepidezza, con Hillary si sarebbe parlato di gelo assoluto. Questo perché i cinesi conoscono bene la Clinton. Come già detto, quando lei ricopriva la carica di segretario di stato si è registrato un picco nelle forniture militari e si è stati in odore di crisi diplomatica. Durante lo stesso periodo la Clinton ha attaccato ripetutamente la Cina per le violazioni dei diritti umani; E sempre la Clinton è stata protagonista del cosiddetto pivot to Asia, la strategia economico-militare volta a contenere le spinte del Dragone.

D’altro canto Trump si è sicuramente contraddistinto per alcune affermazioni dai toni molto forti: ha affermato ripetutamente che la Cina manipola lo yuan, ruba lavoro agli USA, e che avrebbe alzato di dazi al 45% su tutte le merci made in china. Ma queste affermazioni sono state accolte con una scrollata di spalle o addirittura con ironia dai cosiddetti netizens cinesi, che hanno seguito molto da vicino le elezioni americane. Non c’è paura verso Trump perché si sa che queste affermazioni non sono altro che istrionismi e non rappresenteranno la sua reale politica estera. Forse l’opinione pubblica cinese è stata rassicurata dal video in cui la nipotina del magnate statunitense recita un’antica poesia in mandarino. O forse sarà per i dati economici, come sostiene il Global Times. La Cina non è solo il più grande creditore degli Stati Uniti, ma anche il primo partner commerciale, con scambi che sfiorano i 600 miliardi di dollari. Inoltre, se si parla di un rialzo dei dazi, i precedenti storici non mancano affatto. Nel 2009 l’amministrazione Obama alzò i dazi sugli pneumatici al 35% e la Cina rispose alzando le tasse sulle importazioni dei prodotti automobilistici americani. Il risultato? Solo danni reciproci.

Per tutti questi motivi la telefonata di Trump è andata a innestarsi in una situazione da tempo ambigua e, allo stesso tempo, ha confermato l’imprevedibilità del Tycoon. Ma nonostante le ambiguità multiple del caso la Cina sembra continuare ad avere una prudenza fiduciosa nel nuovo presidente eletto. Per dirla con Yu Yangdind, economista all’accademia di scienza sociali cinesi, «una volta diventato presidente i suoi consiglieri gli spiegheranno cosa è il tasso di cambio, il flusso di capitali e la politica macroeconomica».

Di Alessandro Viola

Commenti