Durante il periodo rivoluzionario iraniano – che implicò il passaggio da una monarchia appoggiata dagli Stati Uniti ad una repubblica islamica sciita – le interferenze statunitensi erano molto diffuse, tanto che un gruppo di studenti occupò l’ambasciata statunitense a Teheran. Il 4 novembre 1979 500 studenti circa occuparono l’ambasciata e presero in ostaggio 54 funzionari statunitensi.

La crisi che si venne a creare trovò fine con gli Algiers Accords. Questi accordi, favoriti dall’intermediazione dell’Algeria, vennero siglati nel 1981 e prevedevano il rilascio dei funzionari statunitensi. Per far questo, l’Iran richiedeva degli impegni dagli Stati Uniti: di non intervenire più negli affari interni iraniani, di ritirare tutte le sanzioni contro l’Iran e la formazione congiunta di un tribunale per dirimere ogni futuro contenzioso tra i due paesi.

Dagli Algiers accords sono passati più di 30 anni, durante i quali gli Stati Uniti hanno dato esempio del valore che danno al rispetto degli accordi internazionali. La ricercatrice e scrittrice Soraya Sepahpour-Ulrich ha ricostruito dettagliatamente la condotta statunitense in totale violazione di questi accordi. Già dall’1982, un anno dopo l’intesa, la CIA aveva iniziato a finanziare gruppi di liberazione iraniani che si opponevano alla nuova repubblica, fino ad arrivare ai più stretti legami con gruppi terroristici (MEK) fortemente finanziati dal governo statunitense per intervenire in Iran in violazione degli accordi.

L’ultima inottemperanza giunge da Trump, che seguendo la linea dei suoi predecessori, ha dichiarato apertamente il suo supporto ai gruppi di protesta “anti-regime” auspicandone così implicitamente un cambiamento.

È possibile agire più spudoratamente contro il diritto internazionale?

di Costanza Gabellini

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