Discontinuità rispetto alla linea Obama, discontinuità rispetto all’America first di sapore isolazionista promesso da Trump in campagna elettorale: ecco cosa emerge a chiare lettere dalla National defense strategy rilasciata ieri dal Segretario della Difesa James Mattis. Al di là della fattibilità economica del piano (tema che maggiormente ha sollevato critiche e riscosso attenzioni), interessa notare gli obiettivi strategici del documento ed evidenziare la retorica che li accompagna.

Dove Obama individuava nel terrorismo e nel cambiamento climatico i maggiori nemici degli USA, e il Trump da campagna elettorale affermava di preferire la via distensione e della partnership con le potenze straniere, ecco che invece il documento presentato da Mattis entra a gamba tesa su Russia, Cina e “stati canaglia”, promettendo un importante ammodernamento delle tecnologie militari in dotazione all’esercito statunitense. Quanto agli alleati di sempre, fondamentale per la sopravvivenza della democrazia USA sarà rafforzare ogni intesa in chiave strategica, col fine dichiarato di contenere le potenze straniere. Qualcosa di estremamente diverso dall’improbabile smobilitazione della NATO adombrata dal presidente americano solo qualche mese fa.

Un passo indietro sul piano diplomatico, si direbbe, ma i toni aggressivi utilizzati da Mattis in questi giorni suggeriscono qualcosa di peggio. Toni che a sentirli vien troppo facile rievocare scenari da guerra fredda, a cui non eravamo più abituati: “Continueremo a perseguire la campagna contro il terrorismo, ma la grande competizione per il potere – non il terrorismo – è ora il principale obiettivo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Un’America che “può permettersi la sopravvivenza”, che intende farlo togliendo spazio agli altri attori sulla scena internazionale. Un’America che preferisce la competizione strategico-militare alla risoluzione delle gravi ferite interne che ne affliggono il tessuto sociale. Retoricamente, così ha presentato il piano alla John Hopkins University:

“Questa strategia è adatta per il nostro tempo, fornendo al popolo americano l’esercito necessario per proteggere il nostro stile di vita, stare accanto ai nostri alleati e tenere fede alla nostra responsabilità di passare intatte alla prossima generazione quelle libertà di cui oggi godiamo”.

Non passa inosservato, nonostante la patina di buone intenzioni, che la sopravvivenza dell’american way of life sia così legata a doppio filo con il rafforzamento dell’esercito e di ingombranti partnership su scala globale.
Qualora ci fossero dubbi, il concetto emerge con violenza in queste parole:

“A coloro che minacciano l’esperimento democratico americano: se ci sfidi, sarà il tuo giorno più lungo e peggiore. Lavora con i nostri diplomatici. Non vuoi combattere il Dipartimento della Difesa.”

Così Mattis suona la carica ideologica, al punto che la nuova National Defense Strategy parla senza parafrasare di una rinascita “dopo un periodo di atrofia strategica”. Quanto a lungo si sia protratto questo periodo nell’opinione di Mattis non è dato saperlo, ma sarebbe interessante da capire: la presidenza Obama ha in qualche modo contribuito a questa atrofia? Anche dalla risposta a simili quesiti dipendono la gravità delle intenzioni che sottendono la National Defense Strategy e l’aggressività che gli USA mostreranno in campo internazionale.

Il focus si sposta in modo inequivocabile su Russia e Cina, come confermato dal Business Inside, che titola “Trump’s new National Defense Strategy will prepare the US for a great power war with Russia and China”. L’articolo rimbalza le testimonianze rilasciate al Financial Times da alcune fonti vicine alla nuova strategia di difesa: la National Defense Strategy renderà gli Stati Uniti “più competitivi in quelle aree in cui la Cina e la Russia hanno investito e hanno cercato di sfruttare le asimmetrie a loro favorevoli”. Si parla esplicitamente di corsa agli armamenti, per avvantaggiarsi nuovamente sui giganti orientali, ormai dotati di tecnologie capaci di neutralizzare lo strapotere militare statunitense. Anche in questo caso è  interessante commentare la retorica utilizzata: si riscontra asimmetria dove viene costruito un equilibrio tra le forze in campo. Evidentemente la geometria “non euclidea” degli strateghi statunitensi vede simmetria solo dove il proprio dominio regna incontrastato. Chiama equilibrio la possibilità di far valere le proprie ragioni, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, con la minaccia della forza.

Più diplomatica, ma anche più autorevole, la conferma che giunge da Elbridge Colby, vice segretario alla Difesa: il documento scaturisce dall’idea trumpiana di “peace through strength” e, nonostante il ruolo fondamentale riconosciuto a Russia e Cina, “questo non è uno scontro. È una strategia che riconosce la realtà della competizione e l’importanza dell’idea per cui buone recinzioni fanno buoni vicini.” Molto dipende da dove il presidente intenderà piazzare queste recinzioni, evidentemente. Certo Europa orientale e sud-est asiatico catalizzeranno moltissime attenzioni.

Si apre una nuova fase di protagonismo USA nello scacchiere geopolitico globale. Una nuova fase la cui credibilità potrebbe drammaticamente dipendere da prove di forza eclatanti. Legittimo sperare nel contrario, ma di certo a Washington si è deciso che la miglior difesa è l’attacco.

 

di Francesco Miolli

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