È cominciata ieri l’operazione militare turca, nome in codice “Ramoscello d’ulivo”, nel Cantone curdo di Afrin. Numerosi raid (anche aerei, nonostante le tensioni con la Russia) hanno portato le forze militari di Ankara ad occupare piccole porzioni di territorio sul confine; a preoccupare i nazionalisti curdi, è anche la presenza di numerose forze dell’ESL (Esercito Libero Siriano, lo stesso che nei fatti diede inizio alla guerra in Siria), sostenute dalla Turchia.

La situazione si preannuncia difficile per la fazione curda, separata dal resto del Rojava e schiacciata dai suoi nemici. Ma era, effettivamente, possibile prevedere questo esito per i lunghi mesi di tensione. Il casus belli turco, prevedibilmente, è la messa in sicurezza dei confini turco-siriani, oltre che la decennale lotta per l’annientamento delle milizie curde. Ma non è irragionevole pensare che questa sia una risposta ai piani di Washington per il nord della Siria, che prevedrebbero la costituzione di un vasto gruppo armato (si parla di circa trentamila uomini) stanziato proprio al confine osservato con tanta attenzione dalla dirigenza di Ankara. Se fosse questa realtà dei fatti, la Turchia dimostrerebbe una volta per tutte di essere una vera e propria potenza regionale, assolutamente non allineata alla NATO e capace di sfidare gli interessi altrui, financo di potenze e partner militari. Basti pensare agli accordi di Astana, a cui hanno preso parte emissari turchi, e al deciso avvicinamento con le politiche di Mosca nell’area.

Gli scenari plausibili per il futuro di Afrin, dunque, sono due, ed entrambe partono dalla sconfitta dei curdi, e dalla loro sostituzione con le milizie islamiste sostenute dalla Turchia. In un primo caso, si assisterebbe alla definitiva consolidazione dei rapporti russo-turchi, giacché Ankara, proprio in qualità di “madrina” dell’ESL, potrebbe mediare tra esso e il governo siriano. In un secondo caso, si rivivrebbe la tensione avutasi tra Russia e Turchia negli anni passati, con un mancato accordo di pace nell’area, e dunque la creazione di una nuova sacca ostile a Siria e Russia; se così fosse, a perderci sarebbero curdi e siriani, che potrebbero tentare un riavvicinamento, anche militare. Ma, probabilmente, le forze dello YPG rimarranno isolate.

In ogni, caso, questo attacco apre una nuova fase della guerra, con un ribaltamento dei rapporti di forza nell’area. Ma, per poter decretare con certezza l’andazzo della guerra, bisognerà assistere ai cambiamenti dei prossimi mesi.

di Giuseppe Cammarano

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