La situazione della sanità nel Mezzogiorno è sempre più allarmante. Strutture fatiscenti, servizi non disponibili, e altre gravi mancanze, dovrebbero preoccupare chiunque; dunque il Sud, anche nel campo dell’assistenza sanitaria, si pone come il fanalino di coda dell’UE.

Le cause vanno ricercate in due grandi fattori. Il primo, è rappresentato dalle politiche economiche imposte dall’Europa. La cosiddetta austerity, che ha visto ospedali e strutture simili private di una grandissima quantità di fondi, essenziali per lo sviluppo. Va avanti così da anni ormai, ed è difficile che cambi con il permanere di quegli stessi soggetti che l’hanno promossa. Il secondo fattore, invece, ha radici leggermente più lontane nel tempo, e vanno ricercate nella decentralizzazione della gestione degli affari legati alla sanità; in questo modo, non è più lo Stato italiano ad occuparsene, bensì le regioni. Ed è normale, con queste condizioni, che le regioni meridionali, già arretrate in precedenza, si vedano nettamente distanti da quelle settentrionali. E le conseguenze non tardano a palesarsi: il centro urbano di Napoli ha un’aspettativa di vita di circa otto anni in meno rispetto all’UE; i servizi diminuiscono sempre più, creando un grande disagio per grosse fette della popolazione; i cittadini, dunque, tendono sempre meno a curarsi, in un sistema, il nostro, da sempre lodato per la sua avanguardia.

Una situazione disastrosa, ma prevedibile: come si poteva pensare che una così grande sottrazione di fondi destinati al nostro (tutt’ora invidiabile) apparato sanitario pubblico potesse comportare dei benefici?

di Giuseppe Cammarano

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