La tormentata vicenda dell’oleodotto che in North Dakota sta vedendo una grande mobilitazione di attivisti e veterani dell’esercito ha di recente conosciuto una vittoria del fronte contrario alla costruzione nei pressi di una riserva di nativi americani. Si tratta però solo del più recente capitolo di una diatriba che per il nuovo presidente rappresenterà un test probante sotto diversi punti di vista.

In una nazione dove le divisioni economiche e sociali si acuiscono sempre di più (“Stati Disuniti d’America” è la locuzione che accompagna la freschissima copertina di Time con Donald Trump eletto “Uomo dell’anno”, quasi a suggerire che le colpe di tale situazione siano sue e non semmai di chi ha governato il paese per due mandati…), uno dei fatti che seguitano a dominare le cronache nazionali ed internazionali è la protesta dei nativi della riserva di Standing Rock nel North Dakota.

Motivo della mobilitazione – a cui si sono uniti ambientalisti da ogni parte degli USA e persino veterani dell’esercito- è il passaggio dell’oleodotto Dakota Access (lungo quasi 1.900 chilometri e i cui costi di completamento si aggirano sui 3,7 miliardi di dollari) nei pressi della riserva, una prossimità che i nativi denunciano per due motivi: il rischio, visto che in quella sezione la pipeline dovrebbe passare sotto il letto del fiume Missouri, di inquinare le falde acquifere che forniscono acqua alla loro comunità e alle città circostanti, e la violazione di territori ritenuti sacri dagli ‘indiani’.

Salita alla ribalta mediatica anche per le violenze che hanno visto le autorità utilizzare cannoni ad acqua, lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti, la crisi di Standing Rock ha conosciuto un punto di svolta domenica 4 Dicembre, laddove il Dipartimento dell’Esercito ha annunciato la sospensione del progetto di escavazione al di sotto del Missouri, decisione salutata dal fronte anti-oleodotto come una grande vittoria, ma anche con enorme cautela nella consapevolezza che la parola fine alla questione è ben di là da venire.

La risoluzione dell’annoso caso sarà infatti uno dei dossier più scottanti sulla scrivania del nuovo presidente (che si insedierà il 20 Gennaio), il quale si è di recente espresso a favore del completamento della pipeline secondo il progetto originale, e diversi commentatori hanno fatto notare come Trump possegga partecipazioni nella Energy Transfer Partners, la compagnia incaricata della costruzione dell’oleodotto. Tuttavia, al di là del possibile conflitto d’interessi del presidente eletto, la questione è interessante poiché fornirà un banco di prova per alcune delle promesse fatte e delle visioni espresse in campagna elettorale dall’imprenditore newyorchese.

Sullo scenario di Standing Rock, infatti, Trump dovrà subito misurare le proprie capacità politiche rispetto a diversi punti focali del programma che lo ha portato alla vittoria: dalla ricostruzione delle infrastrutture in un paese che le vede spesso obsolete o addirittura assenti al debito di riconoscenza verso i veterani – come detto schieratisi numerosi a favore delle proteste- ai quali intende riguadagnare la perduta dignità sociale ed economica, passando per una chiara implementazione delle posizioni sull’ambiente di un candidato che si è più volte dichiarato scettico sul “climate change” (dissenso ribadito da Trump con la scelta di Scott Pruitt, strenuo oppositore del dogmatismo dominante sull’origine antropogenica delle mutazioni climatiche, a capo della Environmental Protection Agency, l’agenzia federale di protezione dell’ambiente) e finanche alla capacità di gestire le relazioni con certe minoranze etniche coinvolgendole in scelte non esclusive e di integrazione nel lacerato tessuto sociale americano.

Standing Rock, insomma, rappresenterà subito un test probante per il quarantacinquesimo inquilino della Casa Bianca, chiamato a decidere su una problematica che sembra sintetizzare molte delle ferite interne che affliggono il corpo dell’Impero.

Di Luca Dombrè

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