Nei giorni in cui il direttore del Federal Bureau of Investigation, Christopher Wray, minaccia le dimissioni a seguito di presunte pressioni esercitate nei suoi confronti dal Ministro della Giustizia Jeff Sessions al fine di convincerlo a licenziare il suo vice Andrew McCabe, inviso a Trump, s’inffitisce e si scurisce la nuvola di accuse e contro-accuse intorno al “Russiagate”, l’indagine circa la possibile collusione fra la campagna elettorale di Trump e rappresentanti del Cremlino, che continua a pesare come un macigno sulla Casa Bianca.

Se infatti il pool investigativo capeggiato da Robert Mueller (già direttore dell’FBI dal 2003 al 2013) era già stato accusato di faziosità, ora emergono nuovi particolari sospetti che potrebbero favorire il Presidente americano.

«C’è un gruppo di deputati e senatori repubblicani – riporta Maria Giovanna Maglie, nota americanista di Dagospia – che ha finalmente avuto accesso ad alcuni documenti, che nelle commissioni Giustizia e Intelligence ha svolto indagini parallele, perché anche questo è il potere del Congresso e del Senato, e ora è pronto a chiedere la nomina di un secondo procuratore speciale, questa volta, udite udite, niente meno che contro l’Fbi, responsabile di avere ordito l’intero complotto contro Donald Trump con tanto di membri di una società segreta, prove stornate, documenti distrutti, interrogatori illegali e chi più ne ha più ne metta, a dimostrazione che il deep state di Washington contro questo presidente è stato ed è tutt’ora pronto a ogni nefandezza».

In particolare, gli alleati di Trump al Congresso – fra i quali i deputati repubblicani Trey Gowdy e Devin Nunes – puntano il dito contro i 50˙000 messaggi scambiati durante e dopo la campagna elettorale 2016 fra Peter Strzok, agente FBI allontanato dall’indagine sul “Russiagate”, e Lisa Page, legale sempre dell’FBI. Il contenuto dei messaggi è, a detta dei repubblicani, decisamente inquietamente: vi si troverebbe l’evidenza di un complotto per “rimediare” all’elezione di Trump, dello stabilimento di una “società segreta” mirante a deragliarne la Presidenza in cui sarebbero coinvolte le alte sfere dell’FBI.

C’è però chi a questa visione non sta, come Patrick Cotter, un ex procuratore federale, che considera gli attacchi dei repubblicani come una mossa politica di diversione rispetto alla realtà dei fatti che sta emergendo riguardo al “Russiagate”. «Quello che due persone all’interno dell’FBI non direttamente coinvolte in nessuno di questi eventi si sono dette non ha importanza – sostiene Cotter – Difficilmente potrebbe trattarsi di un’evidenza ammissibile e rilevante rispetto all’indagine condotta da Mueller».

Pare, insomma, che le nuove, sinistre rivelazioni sull’agenzia federale un tempo diretta da J. Edgar Hoover non incideranno di molto sulla direzione delle indagini a carico della campagna di Trump, in un momento in cui Mueller sembra intenzionato a interrogare il Presidente. La fatidica “smoking gun” che potrebbe incriminarlo non è ancora stata trovata, ma a detta di chi visse da vicino il Watergate le indagini sono tutt’altro che in fase conclusiva. La partita, quindi, è ancora apertissima.

di Lorenzo Amarotto

Commenti