La recente scomparsa di Fidel Castro ha fatto porre a molti delle domande sul futuro dell’isola cubana. In realtà il destino di Cuba è sempre stato incerto, essendo stata uno dei primi territori di conquista, contesa dalle potenze del Vecchio Continente per le sue risorse e la sua posizione strategica, che ne fece un centro di scambio di merci e schiavi durante l’epoca coloniale. Era a tutti gli effetti «la Chiave del Nuovo Mondo», come la ribattezzarono i conquistadores spagnoli.

Nell’Ottocento, dopo tre secoli di dominazione spagnola, l’isola dovette affrontare un momento di grave precarietà, che è stato raccontato anche da un cronista inaspettato, il giovanissimo Winston Churchill. A inizio secolo il vento delle guerre d’indipendenza ispanoamericane iniziò a espandersi per il continente e raggiunse per ultima Cuba. Nel 1895 il futuro statista inglese, appena ventunenne, si trovava sull’isola come osservatore militare e corrispondente di guerra per il Daily Graphic, ma nelle file dell’esercito spagnolo. Allo scoppio delle insurrezioni in America, infatti, la Regina britannica affermò la propria neutralità, sebbene fosse incline a sostenere un altro regime monarchico tradizionale piuttosto che gli ex coloni degli Stati Uniti, i quali erano stati accusati dalla Spagna di fornire armi e finanziamenti ai rivoltosi cubani. In realtà, in quel momento storico, la Madrepatria inglese non poteva permettersi di essere coinvolta in un altro conflitto, essendo impegnata su altri fronti, tra cui quello delle guerre boere contro le repubbliche sudafricane di Transvaal e Orange. Per questo motivo, il giovane Churchill, pur di vivere un’esperienza sul campo in attesa di partire per il servizio militare in India, scrisse direttamente all’ambasciatore inglese a Madrid e ottenne il permesso di partire con le forze spagnole.

Il professor Hal Klepak, esperto ricercatore in Storia e Strategia al Royal Military College di Kingston, Canada, ha voluto dedicare proprio a questa fase della sua vita un libro, intitolato Churchill Comes of Age: Cuba 1895 (2015). Nel testo, Klepak illustra l’importanza di questo specifico periodo, in quanto si trattò di un momento altamente formativo per il carattere, la capacità di analisi, la fermezza che poi contraddistinsero Churchill da adulto. Infatti, a Cuba questi poté sperimentare diverse «prime volte». Si trattò del suo primo viaggio al di fuori del nord Europa, la sua prima esperienza in un contesto bellico, nonché dell’occasione per emergere come giornalista e persino per ottenere una decorazione militare, la Cruz Roja. Si può quindi parlare a tutti gli effetti di un battesimo di fuoco.

Nei suoi dispacci raccontava la bellezza sorprendente dell’isola e le consuetudini della vita militare. Trascorrendo molto tempo tra i soldati iberici, iniziò a comprendere la loro urgenza di difendere una tale «perla delle Antille», come ebbe a chiamarla anche negli anni seguenti. Allo stesso tempo, comprese anche le ragioni dei ribelli e constatò la loro abilità tattica, che oggi definiremmo guerrilla, basata su una profonda conoscenza del territorio e su attacchi repentini, hit-and-run. Infatti, nei suoi articoli espresse i suoi dubbi su quella che era l’opinione comune tra gli ufficiali spagnoli, per i quali il conflitto avrebbe avuto una breve durata. Secondo Churchill, i ribelli non potevano «essere né catturati né vinti».

Tuttavia, affermò anche che, sebbene l’amministrazione spagnola fosse cattiva, un governo gestito da «mulatti indisciplinati» avrebbe potuto essere anche peggiore. Se i ribelli fossero riusciti a scacciare gli spagnoli, ai governanti corrotti si sarebbe aggiunta una maggiore instabilità, che avrebbe potuto degenerare in uno stato di anarchia, in cui i diritti e le proprietà personali non sarebbero state protette. In breve, con loro al potere, Cuba non sarebbe stata in grado di darsi un governo forte e stabile, capace di garantire una reale protezione al suo popolo.
Il suo giudizio era in parte macchiato da una visione etnocentrica, nient’affatto inusuale tra gli europei che si confrontavano con i misteri del Nuovo Mondo. Questa visione sminuiva i ribelli cubani, definendoli attraverso una connotazione razziale intesa in senso negativo, che ne ometteva la ricchezza culturale. In realtà, il meticciato è inteso nelle Americhe come un processo creativo. L’antropologo cubano Fernando Ortiz, d’altronde, definì il popolo di Cuba «ajiaco», termine che sta a indicare una zuppa tipica della regione. Con questa metafora culinaria, Ortiz voleva sottolineare che il popolo cubano è composto da tanti «ingredienti» diversi, che solo considerati nel loro insieme danno l’idea di cubanidad. Quello che per un «bianco» è un termine dispregiativo, per un individuo dell’America Latina è il fondamento della propria identità.

Nel 1898, quando gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Spagna, Churchill parteggiò per gli statunitensi, augurandosi che almeno loro si assumessero la responsabilità di garantire la pace e l’ordine sull’isola. In realtà, anche parte della popolazione cubana sperava nella vittoria delle ex colonie britanniche, poi diventate gli Stati Uniti, considerate da molti il modello da emulare per la costituzione di una propria repubblica. Alcuni desideravano invece diventarne parte, per godere della loro protezione e dei relativi vantaggi. Altri, però, interpretavano tale atteggiamento come piegarsi ancora sotto il giogo di un altro potente. Questi ultimi si ritrovavano nelle parole di José Martí, il quale nel 1891 scrisse che «il governo deve nascere dal Paese».

Nonostante le buone premesse, la storia ci insegna che i fatti presero una piega infelice. La nuova Repubblica cubana, fondata nel 1899 dopo la vittoria degli statunitensi, dovette affrontare condizioni di vita arretratissime, analfabetismo, malattie, sottoalimentazione, mortalità infantile ed era nei fatti interamente dipendente dagli USA e dai suoi trattati commerciali. Inoltre, i suoi governanti cambiavano secondo il capriccio del governo nordamericano. In questo senso, la previsione di Churchill sulle conseguenze dell’emancipazione dalla Spagna sembrava essere stata confermata e vi si aggiunse la frustrazione per la cattiva gestione statunitense. Per questo motivo, ancora oggi persiste a Cuba una diffusa sfiducia nei confronti degli stranieri e in particolare del Nord America. Questo emerge con forza anche dalle parole che Fidel Castro pronunciò nel 1953, agli esordi della rivoluzione. Castro era appena stato arrestato e nella sua arringa di autodifesa, nota come La Historia me absolverá, affermò:

Però noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessuno è tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi […] I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. […] Così lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi! […] Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta.

Curiosamente, il giovane Castro era un fervente ammiratore di Churchill ed entrambi nutrivano la stessa passione per i sigari cubani Don Alejandro. Quando lo statista tornò nella sua «Perla delle Antille» per la seconda volta, su invito del Presidente Grau San Martin, era appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. L’isola stava vivendo un momento di grande agitazione per via dei ben noti problemi economici e sociali, ma l’arrivo di questa figura, simbolo del trionfo della democrazia, fu un motivo d’orgoglio per il popolo cubano. Nel frattempo il giovane Castro, appena diciannovenne, stava organizzando le prime manifestazioni politiche all’università de La Habana. Winston Churchill morì nel gennaio 1965, quindi possiamo solo domandarci come avrebbe commentato l’esito della rivoluzione cubana.

Di Erika Panuccio

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