Mentre i nostri uomini vengono mandati in Niger, il nostro confine meridionale, la Libia va a fuoco e anche il governo del Generale Haftar sembra incapace di controllare il proprio territorio.

Ai confini meridionali del nostro Paese vari leader si combattono un territorio un tempo noto come “Libia”. I due organismi, entrambi rivendicanti l’intero Paese, che più appaiono solidi sono, da una parte, l’Esercito Nazionale Libico comandato dal Generale Haftar, appoggiato da Russia, Egitto, Francia, dall’altra, il Governo di Accordo Nazionale guidato da al- Serraj, riconosciuto dall’ONU e sostenuto dal nostro Paese.

Rivendicazioni di queste autorità e silenzio dei media circa quanto accada in Libia non ci devono far illudere: nel Fezzan, nella Tripolitania e nella Cirenaica è guerra.

Sale infatti a 33 il conto dei morti dovute alle esplosioni che il 23 Gennaio hanno colpito il quartiere Al Salmani di Benghasi. Si è trattato di autobombe fatte esplodere contro una Moschea nota per essere il punto di ritrovo di alcune milizie combattenti al fianco di Haftar.

Tra le vittime anche nomi illustri, risulta deceduto Ahmad al Fituouri, responsabile della sicurezza locale, mentre tra i feriti appare Mahdi Al Fellah, importante membro dell’intelligence di Haftar.

Si tratta di un duro colpo per il governo del Generale.

Haftar ha cercato di presentarsi da mesi come il leader più affidabile per la Libia, in virtù del sostegno e della stabilità che era in grado di garantire, ottenendo importanti sostegni e facendo sorgere lungo la Penisola dubbi circa la strategia italiana che puntava su al-Sarraj.

E’ da Dicembre che l’Esercito Nazionale Libico rivendica il controllo di Bengasi, ma è chiaro che non siano parole da leggere in senso definitivo, quanto da contestualizzare nel contesto dinamico e rischioso che è la guerra e che rende temporanea qualsiasi conquista. Anche quelle di Haftar

di German Carboni

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