Philip Giraldi, è un agente della CIA, specializzato nell’anti terrorismo e nei servizi militari che ha servito per 19 anni dal blocco occidentale fino all’invasione in Afghanistan nel 2001, racconta come il dibattito odierno sulle informazioni abbia aperto una scatola rimasta chiusa per decenni. Quando un’agenzia di spionaggio predispone notizie false, le cosiddette fake news, si parla di disinformazione, a cui solitamente ricorre in segreto per manovrare le opinioni, destabilizzare governi o gruppi considerati ostili.

Già ne avemmo una prova durante la guerra fredda, in maniera anche esageratamente limpida, quando durante il conflitto tra NATO e Patto di Varsavia i vari media riportavano in modo fazioso notizie su quanto dall’altra parte si vivesse male per autocelebrarsi. Oggi succede qualcosa di simile quando si usano notizie false per cambiare l’opinione pubblica in merito a determinati eventi.

La CIA in realtà raccoglieva tutta l’esperienza dell’OSS, l’agenzia che l’aveva preceduta nella II Guerra Mondiale, ma i programmi erano troppo costosi e sconvenienti; nasceva una battaglia tra i partiti comunisti occidentali, pronti a reagire a tutti gli errori degli Stati Uniti, e l’agenzia che aveva un vasto programma che raccoglieva media e intellettuali al servizio.

Il finanziamento era sicuramente uno strumento facile e bisogna anche aggiungere che molti degli scrittori erano personalmente impegnati in una guerra patriottica, perciò anche se avrebbero potuto facilmente sapere, o fosse proprio evidente che sapessero, la loro convinzione di portare avanti la propria battaglia era comunque sufficiente per scrivere.

Molto poi dipendeva anche dal tipo di pubblicazione: su un periodico era più semplice, i giornalisti di medio-basso livello erano facili da trovare, ma salire era molto impegnativo, e l’impatto geopolitico nella guerra fredda di ciò che scrivevano era nullo; ciononostante almeno dal 1977 ogni capitale europea aveva un agente in una redazione, addirittura in una di queste era il direttore stesso, che si trovava in una situazione di conflitto di interesse per le responsabilità sia professionali che di fronte chi richiedeva una certa linea; la risolse non accettando pagamenti per queste posizioni.

Ci fu l’operazione tordo all’inizio degli anni ’50 che riuscì ad avere una certa cooperazione coi media americani in nome della lotta al comunismo, ma successivamente divenne proprio illegale questo tipo di attività.

Adesso però sembra che stiamo tornano indietro, ai tempi in cui veniva spacciata la disinformazione per orientare a piacimento l’opinione pubblica: è esattamente quello che sta succedendo con l’attuale direttore John Brennan che con il suo dossier su Trump sta cercando di rovesciarlo con una serie di prove preconfezionate, perciò la cosa migliore da fare sarebbe prima investigare sul contenuto, chi lo ha prodotto, per chi e con che scopo.

di Giulio Sibona

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