Macron è un abile trasformista. Durante la campagna elettorale delle elezioni presidenziali, il candidato non si presentò come appartenete a schemi della classica dicotomia destra – sinistra, ma avente le caratteristiche di ogni schieramento. Un tentativo di accreditarsi come un centrista ideale, un liberale dal profilo giovane e brillante. Macron amava anche ricordare a tutti di essere stato l’assistente editoriale del famoso filosofo francese Paul Ricoeur. Un desiderio di farsi vedere anche come un intellettuale, oltre che come uno statista.

Eppure, per quanto Macron abbia rappresentato una novità politica nella corsa alle elezioni, la sua luna di miele con l’elettorato non è durato a lungo. Le prime azioni al potere hanno segnato la fine di un originale riallineamento della politica francese. La sua politica economica è di chiara matrice neoliberista. Les Républicains, il partito lanciato dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, è rimasto significativamente in silezio dall’inizio della presidenza Macron. La ragione di base è semplice: Macron ha rubato quasi tutte le idee e le politiche del partito Repubblicano, lasciando l’avversario privo di argomenti da opporre.

Per gli osservatori politici della politica francese, lo spostamento di Macron verso destra non è stata poi una grande sorpresa. Sostenuto da una forte maggioranza di 60 seggi parlamentari, Macron non aveva fatto segreto che, in caso di elezione, avrebbe rimodellato significativamente (e purtroppo, drammaticamente) il mercato del lavoro francese. Durante la corsa alla presidenza, Macron ha affermato che la Francia aveva bisogno di “uno shock di fiducia, una vera accelerazione”. Dispone di tutto il potere che la costituzione gli conferisce per poter approvare qualsiasi atto legislativo desideri presentare. Da un punto di vista costituzionale, il presidente francese, al momento è il più potente di qualsiasi democrazia occidentale (Stati Uniti compresi).

La riforma del Codice del lavoro francese (Code du Travail) è stata sbrigativamente approvata a settembre. L’operazione supera di gran lunga la legge El Khomri votata dal governo socialista di Hollande nel 2016. Mentre il mercato del lavoro francese si poneva in posizione di tradizionale tutela dei diritti dei lavoratori, la nuova legge ha drasticamente spostato il potere nelle mani dei datori di lavoro (com’è successo in Italia dal Pacchetto Treu al Jobs Act).

Il presidente francese ha scelto un modo piuttosto controverso per far passare la riforma del lavoro: ha chiesto ai deputati del suo partito, La République En Marche, che controlla l’Assemblea Nazionale, di dare al governo il diritto di passare le decisioni, invece di lasciare che il Parlamento dibattesse e votasse la legislazione. Macron voleva riformare il Codice del lavoro con un’azione rapida e spregiudicata. Viste la profondità e l’importanza delle riforme, i suoi critici hanno sostenuto che il Presidente abbia mostrato disprezzo per il Parlamento stesso. Macron ha promesso che le riforme porterebbero maggiore libertà e maggiore uguaglianza di opportunità per i dipendenti e le persone in cerca di lavoro. Il problema è che la maggior parte dei lavoratori ha visto queste misure come una deregolamentazione del mercato, piuttosto che la sua modernizzazione. Alcune delle misure più controverse includono: il ruolo dei tribunali industriali in gran parte ridotto; il numero di giorni lavorativi pagati dopo il licenziamento di una cassa integrazione; e i problemi precedentemente stabiliti dalla legge, come i dettagli del contratto, sono ora negoziabili all’interno dell’azienda. Anche i negoziati con i datori di lavoro sarebbero possibili senza la presenza di un sindacato. Eppure, va ricordato che Macron ha attuato questa riforma di punta senza incontrare nel suo cammino alcuna opposizione significativa: il Front National di Marine Le Pen non si è espresso dopo il disastroso secondo turno delle elezioni presidenziali. I repubblicani sono in crisi dal risultato abissale di François Fillon nel primo turno delle stesse elezioni. I socialisti son privi di un leader, non hanno programmi, stanno perdendo membri e funzionari in massa, e si stanno ancora chiedendo se ci si debba opporre alla politica di

Macron. Jean-Luc Mélenchon, l’auto-nominato avversario principale di Macron, non ha molta risolutezza. La “sinistra” di Mélenchon ha rinunciato alle nozioni di socialismo o gauche. In vero stile populista, lo scopo di Mélanchon è “federare il popolo” contro una “oligarchia” per riconquistare una “sovranità [politica ed economica] perduta”. Mélenchon ha definito le riforme del diritto del lavoro di Macron un “colpo di stato sociale” e ha organizzato diverse manifestazioni di piazza contro la legge, con scarsa mobilitazione. Inoltre, i disaccordi tattici di Mélenchon con i sindacati hanno ulteriormente demoralizzato i manifestanti.

La sinistra ha perso facilmente, per la sua disgregazione, la partita e Macron ha vinto il primo round della sua battaglia come fosse una guerra lampo. Macron sta anche spingendo per attuare severi tagli ai servizi pubblici, come i 150.000 posti di lavoro a contratto a tempo determinato nelle scuole pubbliche. L’agenda economica di Macron viene sempre più considerata come un attacco stile thatcheriano ai diritti sociali in Francia. Ed egli procede risoluto, non incontrando ostacoli di destra o sinistra. E’ persuaso dall’occupare una posizione centrale nel panorama politico in rapida evoluzione. E la pratica non sembra dargli torto. Nonostante il temporaneo rallentamento della popolarità in seguito al superamento delle sue riforme del diritto del lavoro, egli domina gran parte della politica francese.

Il popolo elettore si è trovato anche impreparato di fronte all’oratoria di Macron e dal suo evidente “disprezzo di classe”. Non sembra mostrare alcuna empatia per gli altri, ed i suoi commenti sugli avversari politici spesso sembrano paternalistici, se non addirittura sprezzanti.

I critici lo hanno definito un “marchese in polvere, un megalomane con pretese reali, un presidente ricco o un comunicatore senza una causa.” A Macron non poteva importare di meno. Si è ritirato nel palazzo dell’Eliseo e ha stretto la comunicazione presidenziale. A differenza di Sarkozy e Hollande, che hanno commentato gli affari di tutti i giorni, Macron si difende e interviene poco. Distaccato e altezzoso, il giovane neogollista ha etichettato la sua presidenza “Jupetarian”, una presidenza formale e forte con tutto il fasto della Quinta Repubblica alla Gaulle o Mitterrand.

Macron non è stato particolarmente liberale da un punto di vista politico o culturale. Il trattamento da parte del governo di migranti e rifugiati è duro e pesante come il precedente governo. Finora, è rimasto lontano dalle principali controversie sull’identità nazionale, che inevitabilmente ruotano attorno ai musulmani. Le tensioni razziali sono alte in Francia ed egli non vuole certo alimentarne. In Europa, ha cercato di posizionarsi come leader in grado di risolvere la crisi politica ed economica dell’Unione europea, ma ha fornito pochi dettagli su come intende agire.

Macron è senza dubbio il nuovo uomo forte della politica francese. Il suo abbraccio del centro politico, seguito da uno spostamento verso la destra neoliberista, ha disarmato il centro-sinistra e la destra conservatrice. E’ forte, è pur vero, ma poiché i suoi avversari sono troppo deboli per opporsi.

 

di Valentino Quintana

 

 

 

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