Il deputato conservatore del Regno Unito, Damian Collins, era stato incaricato di dirigere l’inchiesta sulle fake news, che costituiscono il principale argomento di contestazione al referendum sulla Brexit, e che aveva portato a puntare il dito contro la Federazione Russa, accusata di aver apportato notizie – false – in maniera determinante sull’esito. Tuttavia arrivano le prime risposte del responsabile della politica pubblicitaria di Twitter, Nick Plickes, nel parlamento del Regno Unito: mancano le prove. La City University aveva identificato 13.000 account “bot” durante il voto, ma soltanto l’1% provengono dalla Russia; discorso analogo per la Internet Research Agency, nota per essere la “fabbrica dei troll”: alcuna prova che indirizzi loro, la narrazione contro la Russia non ha prove. Secondo il Telegraph l’indagine guidata dal deputato conservatore Damian Collins, si conclude quindi con la conferma di quanto già detto in precedenza.

Il deputato però non ha apprezzato e di risposta ha accusato il responsabile Twitter di non collaborare, non rispondere. Egli sostiene che questo anziché rassicurare le persone, ne accresca le preoccupazioni. È perciò necessario che continui questa indagine – probabilmente finché non diranno ciò che vogliono farsi sentir dire! Intanto infatti i deputati inglesi hanno deciso di recarsi negli Stati Uniti per interrogare anche i rappresentanti degli altri due colossi: Google e Facebook. Solo che neanche quest’ultimo sembra voler collaborare, o meglio non sembra aver trovato prove sostanziali: meno di un pound sarebbe stato speso dai russi, precisamente 97 centesimi (70 pence) dal Regno Unito durante il referendum. Il responsabile della pubblicità Simon Milner ha promesso di indagare ulteriormente, e lo ha accolto positivamente il Collins che è sicuro che la società potrà verificare SE c’è stato il coinvolgimento.

 

di Giulio Sibona

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