Gli Stati Uniti stanno strumentalizzando malcontenti e proteste in vista di un cambio di regime in Persia, il Dipartimento di Stato ha già speso più di un milione di dollari a questo fine.

Gli ultimi documenti di ricerca pubblicati dal Servizio per la Ricerca del Congresso US e curati da Kenneth Katzman, ex analista CIA per il Medio Oriente, gettano luce su un importante mutamento di paradigma nei confronti dell’Iran da parte degli USA.

Emerge infatti che gli Stati Uniti stiano cercando di indirizzare le proteste degli ultimi periodi, nati da un mix di crisi energetica, economica ed ambientale, verso uno sbocco sovversivo.

Si tratta di un ritorno all’interventismo americano nei confronti dei Paesi antagonisti, in vista di cambi di regime, che proprio l’amministrazione Trump aveva deciso di abbandonare. Questa politica non è solo mandata avanti attraverso la pressione a livello diplomatico, come la recente minaccia del Presidente americano di ritirarsi dall’accordo sul nucleare concluso dall’amministrazione Obama. Un’altra faccia delle ingerenze statunitense è costituita dalla “controinformazione”, dal “sostegno alla società civile” ed infine quello ai “diritti umani”.

Per quanto riguarda l’informazione, gli USA continuano a finanziare, secondo il collaudato schema già usato nel corso della guerra fredda, stazioni radio all’estero che trasmettono contenuti contrari alla Repubblica Islamica, inneggianti alla rivolta. Da Praga trasmette 24h su 24 “Radio Farda” (“domani” in farsi). La stazione ha 59 dipendenti a tempo pieno ed è finanziata con 11 milioni di dollari all’anno. Voice of America ha il suo “Persian Service” che costa invece 20 milioni all’anno e consiste in internet, un’ora di radio quotidiana e 6 ore di trasmissioni televisive.

VOA ha riferito al Servizio per la Ricerca del Congresso che un iraniano su quattro ascolta e consulta i suoi contenuti. Si tratta di contenuti che arrivano a riabilitare la figura dello Shah e la dittatura fantoccio al servizio anglo-americano che ha preceduto la rivoluzione del ’79. Queste campagne sembrano aver avuto successo dal momento che nelle ultime manifestazioni diversi cortei hanno richiesto il ritorno dell’attuale Shah.

La società civile viene finanziata con la copertura dei soliti canali di sostegno alla democrazia, come lo USAID, che insieme al Dipartimento di Stato ha provveduto a 1.146.196$ a varie ONG non governative, si tratta di una cifra molto maggiore rispetto alla stima massima che i bot collegabili alla Russia hanno pagato a Twitter, Facebook e Google, ossia 447.100$. I progetti specificatamente finanziati non sono stati però resi pubblici. Sappiamo però che la NED, una delle associazioni finanziate, nel 2016 aveva dichiarato che il suo obbiettivo fosse mobilitare la partecipazione pubblica sulle questioni della malamministrazione, sensibilizzando il pubblico in relazione al ruolo delle autorità in queste situazioni.

Infine, la copertura per tutte queste operazioni di ingerenza e manipolazione sono giustificate dalla situazione dei diritti umani in Iran periodicamente usata dall’amministrazione USA anche per isolare l’Iran a livello internazionale.

C’è solo un problema, questo programma anti-Iran è perseguito dagli USA con l’aiuto dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tra cui troviamo l’Arabia Saudita o il Bahrein, tra i peggiori violatori, su base quotidiana, dei diritti umani.

Gli USA proseguono quindi nel tentativo di espandere il proprio modello e controllo sulla regione a mancare di visione di lungo termine, che non prende in considerazione le conseguenze delle possibili destabilizzazioni che risultano da queste scelte.

Gramsci sosteneva che “la storia insegna, ma non ha scolari”. Questo vale più che mai per gli USA.

di German Carboni

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