Almeno 200 persone si sono riunite in protesta davanti all’ambasciata degli Stati Uniti in Honduras, inclusi membri di gruppi religiosi, per il sostegno che l’America avrebbe fornito al presidente Juan Orlando Hernández. I manifestanti, tutti in maniera pacifica, brandivano candele, intonavano slogan ed inni contro l’ambasciata americana a Tegucigalpa, in Honduras, per esprimere tutto il disappunto per la rielezione del presidente di destra Hernande, vincitore di una clamorosa truffa elettorale del novembre scorso. Nasralla, candidato all’opposizione, risultava di gran lunga in vantaggio rispetto ad Hernandez, ma un misterioso blackout ha permesso di ribaltare l’esito delle elezioni , dando luogo ad un vero e proprio golpe come quello del 2009.

“Veniamo” davanti all’ambasciata degli Stati Uniti “per mettere le luci nel mezzo dell’oscurità di una dittatura che ha l’immediata e permanente protezione degli Stati Uniti“, afferma Ismael Moreno, leader gesuita presente alla protesta.

Hernandez, che ha prestato giuramento per il suo secondo mandato il 27 gennaio, ha gettato nel caos il paese centroamericano mentre i manifestanti anti-governativi continuano a scendere in piazza, profondamente arrabbiati per un’elezione macchiata da irregolarità e accuse di frode.

“Fuori JOH (Juan Orlando Hernández)”, “la dittatura cadrà, la dittatura cadrà”, “assassini, assassini“. Questi sono alcuni degli slogan gridati dai manifestanti honduregni.

Almeno 22 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza, secondo il Comitato dei Parenti degli scomparsi in Honduras, Cofadeh.

Gli Stati Uniti avevano già interferito nella politica honduregna nel 2009, rendendosi protagonisti di un colpo di stato che aveva estromesso l’ex presidente Manuel Zelaya, reo di voler aderire all’Organizzazione Alba bolivariana fondata da Cuba e Venezuela.

di Valentino Quintana

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