«Se la stampa mi coprisse in modo onesto e accurato, avrei molte meno ragioni di “twittare”. Purtroppo, non so se questo mai avverrà!» ha dichiarato qualche giorno fa – proprio, e immancabilmente, su Twitter – il Presidente-eletto degli Stati Uniti Donald Trump.

Le frizioni fra Trump e il mondo dell’informazione (e, in parte, televisivo e dello spettacolo in genere) sono cosa nota e ormai consolidata, che non ha accennato a mutar di segno neanche dopo la strabiliante vittoria del tycoon il mese scorso, ma che per certi versi proprio in ragione di ciò ha ritrovato nuovo slancio. E se da un lato i media statunitensi – e non solo – sembra abbiano perlopiù evitato una seria autocritica (vista la loro scarsa imparzialità in campagna elettorale, che in molti casi si è tradotta in un appoggio esplicito alla candidata democratica Hillary Clinton: giova qui ricordare che la quasi totalità delle testate nazionali e internazionali ha dato il proprio endorsement all’ex Segretario di Stato, fra di queste anche giornali tradizionalmente repubblicani e conservatori), dall’altro il Presidente-eletto, dopo i toni moderati dei primissimi giorni seguenti la vittoria, è ritornato ai modi che hanno connotato la sua campagna elettorale, attaccando fuori dai denti e col consueto fare poco diplomatico i critici, stampa in testa.

Piattaforma dei suoi strali sono soprattutto i social networks, e Twitter in particolare (Trump vi gestisce direttamente il proprio account, mentre, ad esempio, della sua pagina Facebook si occupa lo staff). E fra i bersagli preferiti del mondo dell’informazione troviamo il network televisivo CNN (ribattezzato “Clinton News Network”, perché considerato sperticatamente sbilanciato in favore della candidata democratica) e il quotidiano The New York Times (“fallito” e “totalmente disonesto”), ma anche il sito d’informazione Politico (“mi copre con meno cura di qualsiasi altro canale mediatico”), l’Huffington Post, il Wall Street Journal (“di rado un giornale si è rivelato così scorretto”; “alcune delle persone più stupide della televisione lavorano per il WSJ”) e l’Associated Press (“non è più credibile”; “la Reuters è decisamente più professionale”) – solo per citarne alcuni, e senza far menzione dei giornalisti a cui Trump ha avuto di che rimbrottare.

L’uso che Trump ha fatto – e, da Presidente-eletto, continua a fare – dei social può essere considerato spericolato e disdicevole, ma anche saggio e astuto, visto che ha saputo creare un linea diretta e privilegiata con la sua base elettorale, scavalcando l’informazione “mediata”, accusata di essere biased (“faziosa”), accusa questa non del tutto peregrina, come si è potuto vedere.

Ma se i social, così adoperati, si sono rivelati una tattica vincente, potrebbero alla lunga danneggiare Trump, specie ora che non si trova più immerso in una furibonda campagna elettorale, bensì si appresta a giurare come 45°Presidente degli Stati Uniti d’America. Le etichette di “shitposter/cyber-bully in chief” e di “Twitter Cry-Bully” (Politico) che Trump si è guadagnato, infatti, non dovrebbero certo giovargli d’ora innanzi.

Sinora, tuttavia, pare proprio che ad aver visto lungo sia stato il miliardario newyorkese, mentre media e sondaggisti sono stati presi in contropiede da un risultato “scioccante”(stunning) e hanno dovuto mandar giù un amaro boccone. «I media non si sono accorti di quello che accadeva intorno a loro, e questa è una lunga storia. I numeri non sono stati solo una guida piena di indicazioni sbagliate per la notte elettorale: erano del tutto fuori strada rispetto a quello che stava realmente accadendo» ha ammesso il New York Times all’indomani del “Supermartedì”. «Nessuno – prosegue impietoso il famoso quotidiano “liberal” – aveva previsto una notte elettorale come questa. L’aver sbagliato bersaglio in questo modo significa molto di più dell’aver sbagliato i sondaggi, perché si è trattato dell’incapacità di percepire la ribollente rabbia di una parte così vasta dell’elettorato americano, che si sente abbandonato all’interno di una ripresa economica che non coinvolge tutti e tradito da una serie di accordi commerciali che considera una minaccia al proprio posto di lavoro voluta dall’establishment di Washington, da Wall Street e dagli organi di informazione».

Il fatto che gli organi d’informazione non abbiano saputo cogliere e intercettare il vasto e profondo malcontento popolare che ha contribuito alla vittoria di Trump dipende anche dal fatto che essi hanno perso peso e presa all’interno del corpo sociale, come ben esemplificato dalla corrispondente RAI Giovanna Botteri che, durante la diretta dell’election night su “RaiNews24”, constatava: «Non si è mai vista, come in queste elezioni, una stampa così compatta e unita contro un candidato. Addirittura giornali conservatori, USA Today, giornali che negli anni scorsi avevano più volte appoggiato il candidato repubblicano, che non hanno appoggiato Trump, che si sono apertamente schierati contro Trump. Che cosa succederà, quando evidentemente la stampa non ha più forza e non ha più peso in questa società americana? Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno contato in questo risultato e non hanno influito su questo elettorato che ha creduto a Trump e non, come dice lo stesso miliardario newyorkese, alla stampa bugiarda».

E la stampa, uscita così scombussolata da questa epocale tornata elettorale, ha dovuto in qualche modo riconoscere che è Donald Trump, almeno per ora, il grande vincitore, contro ogni pronostico e ogni calcolo “razionale”. Il prestigioso settimanale americano TIME, infatti, scartando le altre ipotesi sul tavolo, ha scelto di dedicare proprio al tycoon la famosa copertina che, fin dal 1928, dedica alla “Persona dell’Anno”, ovvero a colui che durante l’anno corrente si pensa abbia avuto più influenza a livello globale, sia in positivo sia in negativo. Trump si è detto onorato di questo riconoscimento e ha ringraziato pubblicamente la rivista, ma quando ha scoperto che fino al 1999 il titolo conferito era quello di “Uomo dell’Anno”, poi modificato perché considerato maschilista, non ha resistito a dire la sua, affermando che il TIME l’aveva cambiato “perché voleva essere politicamente corretto”.

Di Lorenzo Amarotto

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