La campagna contro le fake news è, sostanzialmente, una tigre di carta. I gruppi politici ed economici occidentali, danneggiati dalle loro stesse azioni, nonché dall’ascesa russa e cinese, si rifugiano nella loro torre d’avorio, contestando qualsiasi informazione “non allineata” come falsa e tendenziosa. E ci si è spinti, se possibile, ancora più oltre, accusando direttamente il Cremlino di fomentare la diffusione di notizie appositamente per destabilizzare i governi di Europa e USA. Non è difficile rilevare la vera natura di questa guerra mediatica; ma una fonte insospettabile fornisce degli ottimi strumenti, in tal senso.

Uno studio pubblicato dal Reuters Institute for the study of Journalism (di certo, non accusabile di complotto contro l’Occidente) e incentrato su Francia e Italia, dimostra, dati alla mano, che il pericolo della disinformazione è volutamente ingigantito. Se Le Figaro e La Repubblica raggiungono (in termini di copertura media in un mese) il 22,3% e il 50%, la stragrande maggioranza dei siti “bufalari” supera difficilmente l’1%. Risultato simile anche per il tempo trascorso tra le notizie: i quotidiani francesi e italiani superano facilmente i 100 milioni di minuti, mentre i pericolosi destabilizzatori al soldo di Putin arrivano ai 10 milioni.

Tuttavia, su Facebook le cose cambiano: in Francia, una notizia falsa può raggiungere molte più persone di una lanciata da un giornale famose; anche cinque volte di più. Ma, chiarisce lo studio, questa controtendenza non basta per poter seriamente impensierire la nostra società. Quantità ridicole di persone sono raggiunte da queste notizie: dovrebbe essere chiaro una volta per tutte anche a chi, dal pulpito del mondo intellettuale e politico, si scaglia senza sosta contro il variegato (e assolutamente disomogeneo) mondo dell’informazione digitale. Piuttosto, bisognerebbe concentrarsi sui quotidiani più diffusi e divenuti nel tempo intoccabili: l’arte della propaganda non è fatta solo di menzogne conclamate, ma anche e soprattutto di manipolazione mediatica. In questo i “grandi” del giornalismo italiano eccellono, montando veri e propri scandali se necessario, lasciando invece da parte qualunque notizia che possa intaccare l’immagine che si intende dare al grande pubblico.

Se questa canea mediatica continuerà, a farne le spese sarà una grossa parte dell’Internet, giornali di controinformazione compresi. Non è sbagliato, dunque, sostenere che in gioco c’è la verità.

 

Di Giuseppe Cammarano

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