La seguente è una lettera di compianto, pubblicata con ritardo, per la morte di Fidel. Vale la pena leggerla perché, con quella lucidità acquisita con qualche giorno di distanza dai fatti, possiamo ancora meditare sulla figura immensa, giudicabile solo dalla Storia, di Fidel Castro.

La Redazione

 

26 novembre 2016

Questa mattina mi sono svegliato, ho saputo e ho pianto. Dopo centinaia di tentati assassinii e decine di falsi allarmi, questa volta è vero. Comandante Fidel Alejandro Castro Ruz, tu hai concluso la tua esistenza terrena, come annunziato al popolo cubano e di tutto il mondo dal fedele fratello, compagno, successore Raúl, con una voce la cui dignità ha saputo resistere al dolore.

Ho pianto e non ho pudore di piangere – come solevano gli uomini, prima della femminilizzazione delle lacrime – di fronte alla scomparsa dell’uomo politico vivente che più ho ammirato e stimato.

Con silenziosa meraviglia, avevo appreso man mano le tue imprese dai luoghi e dai libri, in cui avevi lasciato impronta: dalla remota tenuta di Birán alle cime selvose della Sierra Maestra, dalle mura dipinte del Moncada alle folle maestose della Plaza de la Revolución.
E questa meraviglia si era mutata lentamente in ammirazione, man mano che meditavo la tua figura con gli occhi dello storico e il cuore del patriota. Man mano che leggevo nella tua vita e nei tuoi discorsi, riconoscevo in quelle foto in bianco e nero, molto più in grande, come in uno specchio deformante, quei sentimenti che proviamo noi tutti giovani di buona razza: un amore profondo per la terra dei padri congiunto a un’inestinguibile fame e sete di giustizia.

E con essa quella divina arroganza frutto della gioventù e della passione, quella convinzione di avere sempre ragione, contro il vento e contro il mondo, contro la propria stessa gente, quell’ostinazione che spinge ad amare il proprio errore più della verità altrui. Anche questo sei stato, Fidel, almeno finché la saggezza della vecchiaia ti ha ricondotto a ripensare, ma senza mai rinnegare. «Chi non è con me, è contro di me» è una cifra biblica degna d’un’ex-allievo dei Gesuiti.

É la mia, infatti, un’ammirazione che non nasconde i tuoi lati oscuri, perché – fedele alla lezione dei classici – è consapevole di come la tragicità insita in ogni esistenza umana sia amplificata dalla statura eroica. È sorte dei Grandi, infatti, che le loro virtù e i loro vizi si staglino nitidamente contro lo sfondo corale della Storia.

E proprio alla Storia, un giovane Fidel, avvocato di se stesso e di una causa in apparenza persa, aveva gettato il guanto di sfida sessantatré anni fa, arrogandosene assoluzione con formula piena. E così è stato.

Tu, ultimo conquistador, figlio di un fiero gallego che si fece da sé, strappasti la Patria dalle grinfie dei lenoni, che la prostituivano in un angolino, e le offristi una lunga e appassionata danza al centro della pista da ballo, tenendo fede alla tua indole da amante focoso.
Inarrestabile di fronte alle sconfitte, con un pugno di giovani idealisti e di contadini oppressi, riportasti alla vita le gesta dei mambises, e ti nominasti re senza corona, come un novello tiranno greco, persecutore degli oligarchi, in nome del popolo.

E un popolo intero sollevasti per sfidare la prima potenza mondiale, spuntandone gli artigli con il coraggio cieco e generoso di un Don Quijote, lancia in resta contro i giganti del Capitale. Li fermasti sulla linea del bagnasciuga di Playa Girón, e poi non ti fermasti più, per oltre mezzo secolo.

Là dove nemmeno i soviet arrivavano, migliaia di tuoi figli, strappati all’ignoranza e alle sue catene, versarono sangue e sudore per la liberazione di uomini e donne che non avevano mai sentito parlare di questa piccola grande Isola. Col fucile e con la penna, liberi in quanto colti, si sollevarono interi continenti, e sulle loro labbra non mancava il nome di Fidel.

Questa la tua figura eroica, ma della tua vita interna non ci è dato di sapere, se non attraverso rari squarci nella tela. I veri poeti, con intuizione sottile, potranno forse raccontare delle crisi intime e dei sentimenti, delle ferite aperte dalla morte prematura di tanti amici, da Camilo, a Ernesto, a Hugo; potranno delineare i pensieri nascosti e le incertezze, intorno alla vita della Patria, che precedettero tante decisioni di portata storica.

Gli stessi potranno, chissà, illuminare i silenzi interiori e i dubbi di fede, indovinare i colloqui con tre Papi e con Dio. Io posso solo confidare che la Vergine della Carità cui fosti affidato fin dall’infanzia, non lasci indietro un suo figlio cubano, poiché le preghiere di una Madre prevalgono sempre sui sofismi dei teologi.

Se è vero, quindi, che un rivoluzionario non trova altro riposo che la morte, allora è proprio vero che tu non hai smesso di vivere; soltanto, ora riposi nella pace dei giusti e nella gloria degli eroi. Le tue spoglie mortali, cremate, ascenderanno ai cieli, nella fiamma dell’Eternità, ma tu, Fidel, vivi ancora nella nostra memoria, nella nostra idea, nella nostra lotta.

Hasta siempre Comandante!

Di Andrea Virga

Commenti