Si riunirà il 19 dicembre l’Electoral College, composto dei 538 Grandi Elettori provenienti da tutti gli Stati della Repubblica americana, per confermare il risultato delle elezioni generali dell’8 novembre, che Trump ha vinto aggiudicandosi 306 Grandi Elettori (36 oltre la soglia dei 270).
Fra questi, però, qualcuno ha già annunciato che, pur avendo ricevuto tale mandato, non è disposto a votarlo, come Christopher Suprun, repubblicano del Texas, che non ratificherà la nomina al pari dei colleghi del suo Stato, perché non ritiene che il tycoon newyorkese sia all’altezza del compito che lo attende alla Casa Bianca. Vigile del fuoco, tra i primi ad accorrere al Pentagono all’indomani dell’attentato dell’11 settembre, Suprun chiama in causa i Federalist Papers, i documenti che definiscono i principi alla base del Collegio Elettorale americano. Ogni grande elettore deve decidere «se i candidati sono all’altezza, non trascinati dalla demagogia, e indipendenti dall’influenza straniera. Trump ha spronato alla violenza contro i manifestanti durante i suoi comizi elettorali, parla di ritorsioni contro i suoi critici. Non ho alcun obbligo nei confronti del partito, ho invece un debito nei confronti dei miei figli per lasciare loro una nazione di cui si possano fidare». Lo stesso farà Art Sisneros, che, “da cristiano”, ha annunciato di non poter votare uno come Trump alla presidenza perché, ritiene, non soddisfa i suoi principi religiosi e morali (Sisneros, però, proprio per queste ragioni, ha deciso di dimettersi, non partecipando così alla votazione).
Gli Elettori repubblicani che potrebbero essere seriamente intenzionati a fermare Trump, tuttavia, sarebbero molti di più, secondo quanto affermato da Larry Lessig, Professore di Diritto costituzionale al prestigioso ateneo di Harvard, che ha corso per un breve lasso di tempo alle primarie democratiche del 2016. Lessig, nella giornata di martedì, ha dichiarato che sono 20 i membri repubblicani del Collegio Elettorale che stanno considerando di votare contro il magnate newyorkese, uno scenario che vedrebbe gli attivisti anti-Trump in buona posizione per bloccarne la nomina.
La formazione anti-Trump capeggiata da Lessig, “Electors Trust”, sta offrendo consulenza legale agli Elettori repubblicani intenzionati a voltare le spalle al Presidente-eletto e sta fungendo da “stanza di compensazione” per gli Elettori che in privato vi comunichino le proprie intenzioni. «Crediamo che per cambiare il risultato ci sia, al momento, più della metà dei votanti necessari (37, ndr)» ha detto Lessig. Cionondimeno, le sue dichiarazioni contraddicono quelle del Comitato Nazionale Repubblicano, secondo cui l’”operazione disciplinare” interna (whip operation) intesa ad assicurare la lealtà dei Grandi Elettori a Trump avrebbe trovato solo il summenzionato Christopher Suprun fuori dal coro. Suprun, dunque, è l’unico fra i repubblicani ad aver apertamente annunciato di votare in modo “alternativo”. Non avendo fornito dei nomi, del resto, nulla vi è che provi le affermazioni di Lessig, né è chiaro se questi “20 Elettori” provengano da Stati le cui leggi impedirebbero di votare qualcuno che non sia Trump o un altro nome pro-Trump.
Più scoperti, invece, i democratici, che pur trovandosi in minoranza all’interno del Collegio, stanno facendo di tutto per tenere Donald Trump lontano dallo Studio Ovale. «L’ho promesso a chi mi ha eletto: farò di tutto per cercare di evitare che Trump arrivi alla presidenza» ha spiegato Levi Guerra, una diciannovenne di Vancouver, nello Stato di Washington, fra i tanti che stanno dando battaglia. Diversi gruppi liberal, infatti, stanno usando i mezzi a loro disposizione – cause in tribunale, petizioni, pressioni pubbliche e private – per convincere 37 Elettori repubblicani a non votare il tycoon.
Molti democratici – fra i quali anche membri del Collegio Elettorale -, poi, stanno domandando sempre più a gran voce un rapporto d’intelligence “d’emergenza”, che faccia chiarezza sulle presunte interferenze russe in campagna elettorale atte a favorire Trump, cosicché, alla luce di ciò, i Grandi Elettori possano fare la loro scelta. Il direttore della National Intelligence Agency (che coordina 17 agenzie d’intelligence statunitensi e che ha ridimensionato gli ultimi reports della sottoposta CIA sui cosiddetti “hacker russi”) James Clapper sta infatti ricevendo pressioni in tal senso, mentre fra i politici c’è chi sostiene che questo caso sia “più grave del Watergate”.
Tuttavia, nonostante le notizie riportate dalle piattaforme mediatiche e il chiacchiericcio sui social networks, è difficile che il voto dei Grandi Elettori si discosterà di molto dal risultato di novembre. E a pochi giorni dal 19 dicembre, piuttosto scarse sono le probabilità che gli sforzi di tanti liberal (e non solo) per ribaltare queste elezioni così atipiche vengano ripagati.

Di Lorenzo Amarotto

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