La scelta di Donald Trump di nominare Scott Pruitt a capo dell’EPA (l’Agenzia di Protezione Ambientale del governo federale) è solo la più recente delle polemiche infinite che hanno accompagnato il presidente eletto dall’inizio della sua “discesa in campo” nel 2015.
Motivo della diatriba stavolta è il conflitto tra il ruolo assegnato da questi all’Attorney General dell’Oklahoma e il curriculum di quest’ultimo. L’indignazione, espressa da più parti, riguarda soprattutto le posizioni “negazioniste” di Pruitt sul climate change e la sua vicinanza all’industria petrolifera.
Oltre a ciò, l’attività politica di Pruitt negli otto anni di amministrazione Obama si è contraddistinta, spesso in ambito di conflitto giurisdizionale tra Stati e governo federale, per un’inesausta lotta all’amministrazione su più fronti, dalla riforma sanitaria a quella del sistema finanziario passando per le dispute contro la stessa EPA.
Questa discordia concors tra la carriera di Pruitt e la nomina all’istituzione federale non va però semplicisticamente sintetizzata come mera presa di potere di un lobbista ligio esecutore degli ordini dei suoi referenti. Una visione più ampia del personaggio e del contesto da cui proviene serve ad avere non solo un quadro più complesso di un ritratto di presunto malaffare, bensì aprire uno sguardo più generale sul cambio di rotta politico che è stato il motivo dominante della campagna presidenziale di Trump.
Proveniente dall’Oklahoma, che è uno degli Stati maggiori produttori di gas naturale e petrolio, Pruitt ha infatti combattuto l’attuazione obamiana dell’agenda del cambiamento climatico, la cui implementazione in questi anni ha visto deteriorare fortemente ampi settori del comparto energetico americano. In tal senso, Trump ha raccolto consensi in massa, ad esempio, fra i minatori delle regioni appalachiane a cui ha promesso di risollevare l’industria carbonifera e ricreare quei posti di lavoro che le restrizioni imposte dall’EPA hanno contribuito a ridurre e danneggiare.
E’ dunque necessario inquadrare la scelta di Pruitt a capo dell’EPA come indicatore di una tra le tante sterzate promesse dal nuovo presidente, il quale dovrà tramutare le promesse elettorali in politiche industriali efficaci. La cui riuscita si potrà attestare solo col tempo, ma, come appunto la nomina di Pruitt suggerisce, che saranno orientate da un pragmatismo più attento a risollevare la situazione socioeconomica dell’America operaia che non ad un’adesione alle istanze della mobilitazione globale contro i cambiamenti climatici.

 

Di Luca Dombrè

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