Con lo scoppio delle due polveriere, Libia prima e Siria poi, sono iniziati i primi arrivi di profughi di guerra, seguiti poi dall’inizio di un mastodontico flusso migratorio che dall’Africa ha portato, e continua a portare, migliaia di persone verso l’Europa alla ricerca di un futuro migliore.
Tra le varie risposte del vecchio continente, due sono state quelle più in voga: da un lato la chiusura di alcuni paesi e lo spauracchio della costruzione di muri per respingere le ondate di arrivi e dall’altro delle politiche di accoglienza spropositate, spesso prive di un razionale fondamento economico e incentrate sul politicamente corretto “welcome refugees”.
Dato il fallimento di ambedue le posizioni viene spontaneo domandarsi se un modello di gestione meno fallimentare esista e se sia applicabile. La risposta è si, ma solo in parte: si tratta del metodo adottato dal Adamowicz, sindaco della città polacca di Danzica, da lui stesso illustrato nel recente incontro avvenuto con il Santo Padre in Vaticano.
I capisaldi del “sistema” sono essenzialmente due e strettamente connessi tra di loro: in primo luogo il primo cittadino di Danzica punta a fornire assistenza economica mentre, nel contempo, cerca di fornire un senso di sicurezza, protezione ed inclusione a chi arriva ed ha, a tal proposito, costituito una consulta di migranti che lo supportino nelle decisioni politiche e sociali.
Perché se questo modo di fare sembra funzionare in Polonia, ci si chiede, non venga adottato anche negli altri paesi?
Una soluzione di questo tipo può reggere solo in piccole realtà urbane come, appunto, Danzica che conta circa 450 mila abitanti e una comunità di migranti di poco superiore alle 15 mila unità. Se prendiamo come metro di paragone un agglomerato urbano molto più complesso, come ad esempio Milano (1 milione e 300 mila abitanti circa) che da sola ha ospitato in un anno più di 100 mila nuovi arrivati, giunti con ritmi incessanti e senza significative pause ci possiamo facilmente rendere conto della disparità dell’entità del problema e della molto maggiore necessità di risorse e supporto di cui la città italiana si trova ad aver bisogno.
In aggiunta a ciò bisogna dire che l’atteggiamento dei vicini dell’Italia e di tutta l’Unione Europea in genere è stato di chiusura (Francia, Austria e Ungheria solo per fare alcuni nomi) e il grattacapo più grande è rimasto allo stivale.
Il caso polacco è, dunque, solo un caso isolato che per ora sembra stare in piedi in quella precisa realtà ma che non si sa effettivamente per quanto possa farlo.
La soluzione più auspicabile è quella di ideare (e far funzionare) un piano di ripartizione serio delle quote (la famosa relocation, che per ora procede ad un livello irrisorio di circa 3000 in un anno spostati dall’Italia) in modo da rendere l’onere più sopportabile per tutti.
È tuttavia opportuno raccogliere una lezione da Adamowicz, non solo accogliere chi arriva ma, soprattutto, includerlo nel tessuto sociale, anche solo magari facendogli fare dei lavori sociali che lo facciano sentire utile alla società e, magari, strappino un po’ di terreno tristemente fertile alla tentazione del malaffare.
Le conseguenze più ovvie di una migliore integrazione sono la tranquillità che se ricaverebbe a livello sociale e lo scomparire di quella guerra tra poveri che sempre maggiormente imperversa nel Bel Paese.

 

Di Alessandro Procacci

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