È stato un 2016 ricco di avvenimenti, un anno bisestile a dir poco incandescente. In quest’anno abbiamo visto esprimersi – successivamente vedremo in che modo e con quali effetti – il popolo britannico, statunitense ed italiano. Per poter rendere suggestiva un’analisi complessa su tali eventi, spesso compiuta già in modo superficiale, e dunque inutilmente, da molti organi di stampa e informazione, qui propongo di affrontare la questione ponendo da una parte le certezze che ricaviamo da ogni singolo caso, contrapponendole dall’altra alle incognite, che lasciano molte ombre sul nostro futuro. Partendo dunque dalle certezze che ci consegnano queste tre scelte compiute dal popolo, possiamo affermare che la prima sia la mancanza di fiducia nella classe politica e dirigente. In particolar modo abbiamo sentito parlare del “calcio nel sedere” all’establishment nei giorni successivi alla vittoria del candidato repubblicano Donald Trump, ma in realtà le elezioni americane hanno solo fotografato quel che in territorio europeo esisteva ormai da un quinquennio: la presenza concreta e attiva dei partiti e movimenti legati all’antipolitica e al ribaltamento della classe politica esistente. Questo schiaffo alla dirigenza classica e di professione non è però il solo motivo della perdita di fiducia, anche perché, rimanendo nell’esempio statunitense, Trump rappresenta un cambiamento radicale delle politiche della ancor presente amministrazione Obama, un’inversione di tendenza che vede nell’isolazionismo un carburante innovativo per la crescita economica e per la costruzione di un’America più prestigiosa, non a caso lo slogan elettorale scelto dal tycoon è stato «Make America Great Again». Un altro sintomo che ha preannunciato questo distaccamento dell’elettorato dalle élite politiche è stato il rifiuto del linguaggio proposto da quest’ultime: Hillary è stata più volte definita una candidata senza personalità, a tratti gelida, oppure come ha avuto modo di descriverla Gennaro Sangiuliano nel suo ultimo libro, nonché biografia della Clinton stessa, «un enigma, un edificio formidabile che sembra non avere alcuna porta». In Italia lo sconfitto Matteo Renzi ha avuto lo stesso problema, anche se in forme diverse a causa della sua visione politica in parte distaccata dalla realtà, permeata da un ottimismo decisamente retorico, basti vedere come sono stati definti alcuni dei decreti legge emanati durante i mille giorni del Governo Renzi: «la buona scuola; la buona Italia».
Un altro fattore che testimonia un dato certo è la passione che muove i cittadini, i quali si scoprono essere nuovamente elettori, ampliando e rinvigorendo la partecipazione, elemento fondante della democrazia. Partecipazione forse accentuata dalla rabbia e dalla tensione sociale, potrebbero asserire alcuni, ma se è vero che il popolo è sovrano, allora la sua voce alle urne non può che essere legittima. Una partecipazione che ha sbalordito tutti gli analisti e i sondaggisti, portando masse prima disinteressate, a giocare la parte dei finalizzatori, non è un caso se in Italia il No al referendum costituzionale abbia avuto il supporto di tanti cittadini che non si recavano alle urne forse da più di un decennio, contribuendo alla percentuale alta di affluenza registrata, circa il 70%. Il pregio di tutto ciò non si limita soltanto ad un rispetto del dovere civico del voto, ma si materializza in adesioni in merito a cause prima ritenute complesse, come la globalizzazione, la Costituzione oppure l’Unione Europea. I cittadini sposano quindi nuovi ideali, spendendosi animosamente a favore o contro un programma, un sistema o un insieme di rappresentanze. Descritte le certezze che possediamo, passiamo ora alle incognite in merito a queste tre votazioni che sollevano molti dubbi e confermano la difficoltà da parte di giornalisti e analisti di poter definire limpidamente questo segmento storico, il quale pare essere il motore di inaspettati cambiamenti in un mondo che ha già subito nel precedente lustro un difficoltoso passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo. La prima incognita è un dato forse un po’ nascosto in questi mesi ed è il fatto che la minoranza che esce sconfitta da queste elezioni non ha un grande distacco numerico dalla maggioranza vincente, caratteristica che due dei tre casi condividono. Nel Regno Unito il Leave ha vinto con poco più di un milione di voti, quasi il 52%, una vittoria che ha scaldato gli animi dei sostenitori del Remain, i quali si sono organizzati prima scendendo nelle piazze con diverse manifestazioni, e dopo formalizzando la loro opposizione con la richiesta di un secondo referendum. Gli sconfitti inoltre hanno potuto contare sull’ingarbugliata questione britannica, incassando il sostegno scozzese, Paese in cui il Remain ha vinto, senza contare la decisione dell’Alta Corte di rimandare il processo di uscita affinché il Parlamento potesse esprimersi e dunque votare il quesito. Negli Stati Uniti Trump ha ottenuto circa 300 grandi elettori, vincendo il confronto con Hillary, la quale ha totalizzato però 3 milioni di voti in più del miliardario newyorkese. L’unico caso in cui il dato fa eccezione è l’Italia, anche se il distacco non risulta essere eccezionale, con un gap di circa 6 milioni di voti fra il Sì e il No.
Un’altra incognita che dovrebbe far riflettere è la mancanza di esperienza delle nuove avanguardie che si propongono di portare avanti i cambiamenti decisi dal popolo, che fino ad ora si è rivelata un pregio, perché in Italia permette questi movimenti nazionalisti o antipolitici di mantenere intorno a loro intatta una sfera di verginità, di purezza. Negli States con Trump l’assenza di una formazione politica, e da qui deriva il termine “tycoon”, ha giocato pienamente a favore del magnate, consentendogli di sbaragliare la dinastia Bush alle primarie e la dinastia Clinton alla chiamata alle urne di novembre. Tuttavia l’incognita nasce dalle nuove sfide che si porranno sulla strada dei suddetti protagonisti, ed il vero difetto pare possa essere propria la mancanza di una carriera e di una esperienza nel settore: Trump è già inciampato in alcuni incidenti diplomatici e le sue ricette politiche in materia di dazi e penalizzazioni per le imprese che delocalizzano fanno rabbrividire persino le correnti più paleoconservatrici del partito dell’elefante. In Italia il nodo da sciogliere per le forze antiglobaliste e alternative è pressoché identico, dove il Vicepresidente della Camera Luigi di Maio ha sostenuto più volte il reddito minimo di cittadinanza, operazione criticata da più fronti per l’ovvia carenza di coperture, (le quali erano già state trovate a fatica per il bonus degli 80 euro del Governo Renzi, figuriamoci per una massiccia redistribuzione come questa).
Il voto dei giovani, infine, è un punto su cui non è facile delineare un flusso preciso, perché se è vero che in Italia la percentuale più alta toccata per i sostenitori del No è stato l’80%, estrapolato negli atenei del Nord Italia, non si può dire che lo stesso successo sia stato riscontrato negli States, dove la maggioranza dei millennials ha scelto la Signora Clinton. Così è stato anche nel Regno Unito, dove il 75% dei giovani si è mostrato favorevole al Remain, dunque contro la Brexit. In conclusione, si può affermare che tutti e tre i casi ci consegnino un messaggio chiaro, indipendentemente dai sondaggi sull’affluenza o sul voto di una o più parti della società: c’è un profondo clima di sofferenza, nato probabilmente dall’esaurirsi del carburante principale del benessere dei primi anni duemila, stiamo parlando dei vantaggi della globalizzazione. Al venir meno del primato economico e politico dell’occidente nell’epoca senza barriere, si è fatta avanti la rabbia per un aumento inaspettato e in parte ingiustificato della tassazione, del costo della vita e delle diseguaglianze. In questo scenario di cambiamenti tanto veloci quanto inesorabili, le classi dirigenti tradizionali hanno perito per l’incapacità di trovare risposte adeguate, per l’utilizzo di un linguaggio insensibile oppure etereo, per essersi affidate ad ideologie non all’altezza dei nuovi scenari multipolari di oggi, si pensi alla vocazione green di Hillary oppure alla terza via di Ed Miliband, ex segretario del Partito Laburista, ereditata da un percorso ormai al capolinea di Tony Blair. Nel grande gioco fra certezze ed incognite, le nuove formazioni politiche antiglobaliste, nazionaliste e comunitariste, per candidarsi ad essere la nuova classe dirigente dei Paesi occidentali, devono essere consapevoli della insufficiente esperienza politica, la quale è il primo ostacolo per la loro affermazione. Un’affermazione che non deve essere vista come un passaggio facile, perché, da come è stato dimostrato, questi tre segnali del 2016 non ci consegnano vittorie nette e pulite, bensì risicate e travagliate. Se l’anno che sta volgendo al termine sarà ricordato come l’inizio di una nuova stagione politica, oppure un episodio di temporaneo capovolgimento delle nostre convinzioni, lo sapremo in un futuro che forse non sarà troppo lontano.

 

Di Alessandro Orlandi

Commenti