Il Venezuela sembra una nave alla deriva. Ed ora anche la Mercosur, il Mercato Comune del Sudamerica, gli ha voltato le spalle, con la decisione dei quattro paesi fondatori, Brasile, Argentina, Paraguay, ed Uruguay, di sospendere il Venezuela per non aver rispettato gli standard economici e democratici. Caracas entrò nella Mercosur nel 2012 quando al governo c’era Hugo Chavez, e negli altri stati membri c’erano governi socialisti. Ora la situazione è cambiata, i paesi membri della Mercosur hanno al governo leaders della destra liberale, come Mauricio Macri in Argentina, e Michel Temer in Brasile, che ha sostituito la socialista Dilma Rouseff con un golpe istutuzionale. Entrambi hanno deciso per il pugno duro contro il presidente Nicolas Maduro; un’azione di guerra economica, da lui stesso denunciata, per metterlo all’angolo del muro. Un pugno molto difficile da incassare per un paese sull’orlo della catastrofe umanitaria. La rivoluzione bolivariana realizzata da Chavez, è sotto attacco, non delle bombe, ma con strumenti subdoli ancora peggiori delle bombe e dei cannoni, che mietono vittime silenziose che vivono in una condizione di vita sociale comatosa. Sono le armi della guerra non convenzionale, della finanza, del debito, della paura psicologica diffusa dai media. Queste sono le nuove armi della guerra post-moderna, quelle utilizzate oggi contro il popolo venezuelano, e il Partito Socialista Unito di Nicolas Maduro. Ma da chi è voluta questa guerra? Dal blocco ultra-liberista sud-americano, unito al fronte dell’unipolarismo guidato da Washington, che non ha mai smesso di considerare l’America Latina il proprio salotto di casa. Ed oggi il Mercosur è avvolto dai tentacoli dell’omologazione liberista, fino a scacciare un loro membro perché fautore di una rivoluzione socio-economica basata sull’equità sociale e sulla sovranità nazionale. In quei quindici anni di governo Chavez realizzò uno stato sociale a favore delle classi povere attraverso la gestione solidale dei proventi statali sul petrolio e impostando una geopolitica sovranista senza precedenti nella storia del Venezuela, dopo secoli di ingerenza nord-americana. Non è un caso se dalla morte di Chavez nel 2013, il prezzo del petrolio è precipitato, aumentando l’inflazione al 180% (la più alta del mondo secondo il rapporto della Banco Central de Venezuela sul PIL con data 18 Febbraio 2016)), e una crescita abnorme del 400% sui prezzi dei beni di prima necessità. Inoltre poche settimane fa, il Bolivar ha perso il 45% contro il dollaro sul mercato nero, secondo il quotidiano online DolarToday. Cifre di un paese in stato di guerra, di guerra economica. Il rappresentante del Venezuela presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), Carmen Luisa Velásquez, ha dichiarato in riunione: l’illeggittimità della sospensione del Venezuela dal Mercato Comune del Sudamerica, la violazione giuridica del tentativo di destabilizzare il paese, così come il rifiuto di Caracas alla riunione straordinaria della Mercosur a Buenos Aires, e l’aggressione della cancelliera Delcy Rodríguez, da parte della polizia argentina. Oramai, il Mercosur è diventata una sorte di “triplice alleanza” filo-americana con a capo l’Argentina e il Brasile, accompagnati dagli “innocui” Paraguay e Uruguay. La solidarietà al Venezuela arriva dai quei paesi che portano avanti la resistenza al globalismo, come la Bolivia, Cuba, e il Nicaragua. Intanto martedì Maduro ha approvato una serie di misure per superare gli effetti negativi causati dalla speculazione della valuta nazionale, come lo sconto del 2% sulla loro IVA e la rimozione dei biglietti da 100 bolivar a causa del traffico illegale gestito dalla mafia colombiana, con la chiusura delle frontiere con la Colombia e il Brasile per tre giorni. Misure drastiche ma inevitabili, come il razionamento dell’energia elettrica a causa della scarsità di piogge nella zona dove si trova la principale centrale elettrica del paese, nel bacino idrico del Guri. Con gli scioperi di massa all’ordine del giorno, Maduro ha prorogato lo stato d’eccezione e di emergenza del paese, minacciando il carcere per gli imprenditori al soldo dell’opposizione, il Mesa de la Unidad Democratica (MUD), complici della guerra economica, responsabili della chiusura e del fallimento di molte fabbriche, e che adotterà ogni misura per proteggere il paese da tentativi di golpe. Un colpo di stato a Caracas, o una guerra civile, è improbabile che avvenga, come vorrebbe l’opposizione interna, e i paesi al soldo degli Usa, perché Maduro ha dalla parte sua il sostegno delle forze armate e della magistratura. Maduro e il suo partito dovranno stringere i denti e resistere fino alla fine del mandato nel 2019, per non darla vinta al fronte unipolarista neo-liberista e filo-atlantico che sta avanzando in tutta l’America Latina, e gettare alle ortiche l’opera rivoluzionaria di Chavez, che nonostante le lacune, è stato l’unico nella storia venezuelana a rivolgere la sua azione politica a sostegno degli emarginati, e delle classi lavoratrici. La popolazione è allo stremo, e sicuramente Maduro, per molti è diventato un personaggio impopolare. Ma la storia magari, un giorno, gli darà ragione. Per ora o si marcia o si crepa.

 

Di Dario Zumkeller

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