Secondo il Washington Post, se inizialmente l’FBI si era detta scettica nei confronti dei giudizi della CIA sulle c.d. “interferenze russe” e l’Ufficio del Direttore della National Intelligence (a capo delle 17 agenzie federali) aveva ridimensionato quei reports, ora questi due enti si troverebbero d’accordo con la Central Intelligence Agency. «Questa settimana ho incontrato separatamente il Direttore dell’FBI James Comey e il Direttore della National Intelligence James Clapper, e fra di noi vi è forte consenso circa l’ambito, la natura e l’intento dell’interferenza russa nelle nostre elezioni presidenziali» ha scritto, sempre secondo quanto riportato, il Direttore della CIA John Brennan. «Noi tre concordiamo poi sul fatto – continua Brennan – che le nostre organizzazioni, assieme ad altre, debbano focalizzarsi sul completamento di un controllo scrupoloso di questa issue». In molti, però, chiedono a gran voce che quanto è in mano alle agenzie d’intelligence sia reso pubblico, perché si possa effettivamente aver contezza della portata e della gravità della questione. «Questa è una crisi nazionale che va immediatamente e interamente spiegata al popolo americano» ha espresso in una dichiarazione il Senatore democratico Ron Wyden. «Quando un paese straniero – prosegue Wyden – interferisce nelle nostre elezioni, ritardi e investigazioni a porte chiuse non vanno bene. Non possiamo continuare a tenere la polvere sotto il tappeto o semplicemente aspettare l’Inauguration Day per mettere l’opinione pubblica al corrente dell’accaduto. Si tratta della democrazia americana e della sua indipendenza dalle ingerenze straniere. La storia non perdonerà chi ha tenuto il popolo all’oscuro dei fatti». In aggiunta a questi recentissimi sviluppi, l’NBC News giovedì ha riportato che i funzionari d’intelligence sono persuasi di un coinvolgimento diretto del Presidente russo Vladimir Putin nella questione: Putin sarebbe stato a conoscenza delle operazioni di hacking, le avrebbe approvate e ne avrebbe avuta la supervisione. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha risposto piccato a questo rapporto, definendolo “nient’altro che un nonsense”, mentre il Cremlino ha chiesto che queste affermazioni vengano provate. «Dovrebbero smettere di parlarne o almeno fornire una qualche prova – ha dichiarato il portavoce presidenziale russo Dimitri Peskov – Altrimenti tutta questa faccenda comincia ad apparire quantomeno sconveniente». Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi ieri (venerdì, ndr), ha risposto alle richieste di Mosca, asserendo: «Forniremo le prove che possiamo fornire in sicurezza senza compromettere fonti e metodi. Ma sarò onesto con voi: quando parliamo di cyber-security parliamo di molto materiale classificato e questo non sarà reso pubblico, perché il modo in cui becchiamo chi c’è dietro è conoscendo certe cose che costoro possono non volere che noi sappiamo, e per continuare a monitorare la situazione non vogliamo che costoro sappiano che sappiamo». Al momento, dunque, alle domande del Cremlino non è stata data reale risposta, giacché prove che indichino nella Russia il responsabile degli attacchi informatici ai server del Democratic National Committee e del chairman della campagna elettorale di Hillary Clinton John Podesta non sono state fornite e, se ve ne sono, sembra che rimarranno confinate agli “addetti ai lavori”, senza conoscere divulgazione pubblica. Intanto, il fondatore di Wikileaks Julian Assange, responsabile della sottrazione e della pubblicazione delle mail del Partito democratico e di John Podesta, smentisce seccamente le tesi di una “regia russa”. «La nostra fonte non è il governo russo» ha detto a Sean Hannity di Fox News. Dello stesso parere un’altra voce all’interno di Wikileaks, il controverso ex Ambasciatore britannico in Uzbekistan Craig Murray. Murray sostiene di aver ricevuto personalmente a Wahington D.C. le mail della campagna elettorale di Hillary Clinton per mano di una talpa “disgustata” dalla condotta del proprio partito. «Nessuna delle fughe di notizie proviene dai russi – ha affermato Murray – La fonte aveva regolare accesso alle informazioni. I documenti sono stati trafugati dall’interno, gli hackers non c’entrano». Chi sta dietro ai leaks, spiega Murray, ha agito in questo modo perché «disgustato dalla corruzione della Clinton Foundation dalla condotta scorretta del partito ai danni di Bernie Sanders, durante le primarie». «Non capisco – continua Murray – perché la CIA dica che le informazioni provengono dagli hacker russi quando probabilmente sanno che non è così». C’è poi, anche fra i politici statunitensi, chi sostiene che l’intera faccenda non sia altro che un tentativo di ribaltare il risultato elettorale da parte di una dirigenza governativa che ha sempre fatto uso dei metodi di cui ora accusa la Russia. Questo ritiene Ron Paul, esponente dell’ala libertaria e non-interventista del Partito repubblicano. «Il popolo americano dovrebbe essere preoccupato dell’influenza che la CIA ha nelle elezioni di altri paesi, probabilmente centinaia di elezioni» ha dichiarato al canale televisivo Russia Today. «Il nostro governo non cambia mai veramente – afferma Paul – La gente che dietro le quinte controlla il governo è sempre la stessa. Coloro che sostengono la tesi di un’ingerenza russa senza provarla sono fra quelli che vorrebbero che noi intervenissimo in giro per il mondo, e posso immaginare che dal momento che Trump ha suggerito che forse è meglio impegnarsi di meno in quella direzione, a costoro l’idea non piace e vogliono screditarlo per questo tipo di approccio».

 

Di Lorenzo Amarotto

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