La promessa che Barack Obama fece otto anni fa di chiudere il carcere di Guantanamo – sito nell’omonima base navale, extraterritorialità statunitense in terra cubana – rimane una fantasia, ora che al complesso detentivo saranno destinati miliardi di dollari per lavori di rinnovo, secondo quanto riportato giovedì scorso da Al Jazeera. Ancorché il numero di detenuti sia sceso da 680 nel 2003 a 59 nel 2016 – ventidue dei quali saranno rilasciati -, è ben difficile immaginare che questi finanziamenti miliardari corrispondano a una chiusura del centro nei prossimi anni, anche se c’è da dire che Obama ha almeno in parte tenuto fede ai suoi impegni, giacché dal 2008 non giungono nuovi prigionieri alla Baia e il 22 gennaio 2009 fu firmato un executive order, il primo dell’era Obama, che prevedeva proprio la chiusura del carcere; disposizione che però non si è potuto tradurre in pratica.
Ora, invece, si parla di 8,4 miliardi di dollari destinati all’edificazione di una clinica, e di altri 12,4 miliardi che serviranno alla costruzione di una struttura di ristoro per le truppe in forza alla base. Si sarebbe inoltre in cerca di ulteriori fondi per aggiornare gli alloggi dei militari. Permane in ogni caso grande incertezza, anche fra i comandanti della prigione, sul futuro del complesso, aperto dall’Amministrazione Bush durante la “Global War on Terror”, che negli anni passati si è attirato addosso la condanna del mondo intero per le torture praticate al suo interno e per le “detenzioni indeterminate”, senza accusa o processo. «I detenuti ci chiedono se i trasferimenti finiranno quando il 20 gennaio il nuovo Presidente assumerà il comando» dice il contrammiraglio Peter Clarke, alla direzione del campo di prigionia. «Non lo sappiamo, non lo sanno – ammette Clarke – I loro legali possono supporlo, ma nessuno lo sa». Tuttavia, oltre ai finanziamenti prospettati, ciò che induce a ritenere che il famigerato e controverso carcere non dovrà chiudere i battenti a breve è il fatto che il suo destino sarà di qui a poco nelle mani di Donald Trump, che ha dichiarato di volerlo tenere in funzione, aggiungendo che è preparato “a riempirlo di cattivi ragazzi”. E il Generale John Kelly, scelto da Trump per guidare la Homeland Security (l’equivalente all’incirca del nostro Ministero degli Interni), sembra essere della stessa idea. Kelly – un four-star general che ha passato gli ultimi quattro anni della sua carriera militare alla guida dello U.S. Southern Command, un’operazione congiunta per la sicurezza in America Latina e nei Caraibi – è un fautore della linea dura in materia di sicurezza nazionale: si è infatti detto a favore di un incremento del personale militare, della tecnologia e delle pene detentive al fine di proteggere gli Stati Uniti. È in quest’ottica che si comprende la sua perorazione del complesso di Guantanamo, visto invece da molti come l’emblema della violazione dei diritti umani e come una macchia sulla reputazione degli Stati Uniti. I soldati della struttura, infatti, erano sotto la sua autorità quando si trovava a capo dello U.S. Southern Command. «Non sono mai stato più orgoglioso delle mie truppe di quanto non lo sia dei giovani professionisti dell’Esercito che attendono al dovere giorno e notte a Guantanamo, facendo il proprio lavoro, sotto la lente indagatrice dell’opinione pubblica, in una delle missioni militari più dure e spietate al mondo – ha esposto di fronte al Congresso – Questi giovani uomini e donne si addossano il carico di prendersi cura di detenuti che sovente possono rivelarsi sprezzanti e violenti».

 

Di Lorenzo Amarotto

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