Lo scorso 9 novembre, mentre gli statunitensi si dividevano tra reazioni di entusiasmo e disperazione per la vittoria di Donald Trump, il Ministero delle Forze Armate di Cuba emanava un bollettino urgente. In questo comunicato, si annunciava che tra il 16 e il 18 novembre 2016 si sarebbe svolta sull’isola un’esercitazione militare, definita Bastión 2016. L’importanza di tale annuncio sta nel fatto che Bastión è il nome di uno speciale tipo di esercitazione militare che si svolse per la prima volta nel 1980, ossia quando Ronald Reagan divenne presidente degli Stati Uniti. All’epoca si trattò di una reazione preventiva a un possibile intervento militare statunitense sull’isola, difatti il tema era «le azioni del Paese per affrontare il blocco militare del nemico». Essa prevedeva una serie di misure volte a preparare Cuba per il tempo di guerra, da un punto di vista economico e sociale oltre che quello bellico. Da quel momento, la gestione della Difesa smise di essere appannaggio delle Forze Armate Rivoluzionarie e si convertì in una questione di Stato, sotto l’egida del Partito Comunista di Cuba. Tali attività permisero alle forze militari cubane di raggiungere una maggiore coesione interna. Vi parteciparono infatti le sezioni antiaeree, la Forza Aerea Rivoluzionaria, la Marina di Guerra Rivoluzionaria e le truppe terrestri. Inoltre, ebbero una grande importanza a livello propagandistico, in quanto trasformarono l’isola in un teatro di potenza e capacità bellica, per così mostrare alla popolazione e agli altri Paesi, grazie all’ausilio delle reti televisive di Stato, che Cuba era in grado di difendersi da aggressioni esterne. Le successive esercitazioni Bastión si svolsero nel 1983 e 1986, seguite da un lungo periodo di sospensione per poi riprendere nel 2004, con l’avvento di Bush figlio, e ripetersi per ultimo nel 2016. L’ultima in ordine di tempo è stata giustificata come un’azione volta a «elevare la disposizione del Paese nei confronti della Difesa e la preparazione delle truppe e della popolazione per affrontare le varie azioni del nemico». Nel testo del comunicato non si specifica chi sia il “nemico” ma il fatto che le esercitazioni siano state ripristinate in coincidenza con la vittoria di Trump lascia pochi dubbi sulla questione. Il Bastión 2016 viene definito «un elemento essenziale nella concretizzazione della dottrina della Guerra di tutto il Popolo», secondo cui ogni cubano deve possedere nozioni e capacità manuali che gli permettano di difendersi dall’attacco degli altri Paesi e specialmente dagli yanqui del Nord America. La dottrina è riassumibile con le seguenti parole di Fidel Castro:

Secondo noi evitare la guerra equivale a vincerla, ma per vincerla evitandola dobbiamo prepararci adeguatamente, far scorrere fiumi di sudore, che è meglio di fiumi di sangue.

In altre parole, secondo Castro la pace dell’isola dipende da un popolo armato e preparato militarmente. Il ricorso a un nuovo Bastión, dimostrazione della militarizzazione del popolo, è la prova che l’arrivo di Trump ha destato non poche preoccupazioni tra i quadri del Partito, per via delle sue dichiarazioni schiette e controverse. Vanificando il lavoro compiuto dal governo USA negli ultimi anni, il nuovo presidente si è inimicato parte della popolazione cubana definendo il Comandante en Jefe un «dittatore brutale che ha oppresso il suo popolo» e ha già messo in dubbio l’eventualità di portare avanti il processo di disgelo nelle relazioni tra i due Paesi. Anche l’ex campaign manager Kellyanne Conway si è unita alle accuse di Trump nei confronti della strategia del governo Obama, definita come uno sforzo infruttuoso per gli USA. La vittoria del repubblicano ha generato reazioni opposte anche a Cuba. Infatti, da una parte la popolazione teme che il ritorno a una situazione di congelamento apporterà un duro colpo al turismo e a tutta una serie di benefici introdotti dai decreti di Obama, che hanno tolto o ridotto molte restrizioni in ambito economico, commerciale, turistico, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Annullare questi provvedimenti in realtà sarebbe negativo per entrambe le parti, come ammesso anche dal senatore repubblicano Marco Rubio, figlio di immigrati cubani anti castristi. Dall’altra parte, la mancata volontà di scendere a compromessi di Trump potrebbe soddisfare i cubani più conservatori, che vedevano con preoccupazione il riavvicinamento Cuba-USA, come confermato dall’ex diplomatico cubano Carlos Alzugaray Treto. Dalle parole del successore di Obama emerge la volontà di «portare la democrazia» a Cuba, ma i media cubani trasmettono un forte scetticismo nei confronti di queste parole, che riecheggiano quelle pronunciate in passato dal 40° presidente degli USA, Ronald Reagan.

 

Di Erika Panuccio

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