È più che comprensibile che gli elettori del partito democratico abbiano avuto attacchi isterici alla notizia che un gruppo di hacker sia entrato in possesso delle mail del DNC (Democratic National Committee) e del campaign manager di Hillary Clinton, John Podesta. Non da ultimo perché costituisce un ottimo alibi a una sconfitta inferta in circostanze del tutto poco sospette. Torna alla mente il povero Nate Cohen che, dalle colonne del New York Times, dava la vittoria della democratica al’85%. Poi c’era quello che l’ha sparata più grande di tutti: il povero Jay DeSart, professore ospitato sul Corriere nostrano, che ha fatto il botto con il 99,97%. In un clima del genere è comodo attribuire la sconfitta ad ingerenze esterne, invece che guardarsi allo specchio e ammettere che, forse, a pesare siano state le indagini dell’FBI o gli otto anni di Obama. La cenere va usata per cospargersi il capo, e non per gettarla negli occhi degli elettori. Detto questo va da se che qualora ci siano state ingerenze esterne le autorità dovranno continuare con le indagini per fare chiarezza. Ma capri espiatori non ne vogliamo. E non dovrebbe volerne neanche il partito democratico, che dovrebbe (per pura sopravvivenza politica) distogliere per un attimo lo sguardo dalla coste e rivolgerlo a quell’interno polveroso che si è consegnato al tycoon e di cui sembrava essersi dimenticato.
Prima di graffiarci le guance e strapparci i capelli sarebbe bene mettere le cose in prospettiva. Le interferenze straniere (probabilmente russe), se ci sono state, non hanno riguardato il conteggio dei voti. Né hanno riguardato interferenze nell’accesso al voto. Se ci sono state, si sono limitate a rivelare informazioni scomode che hanno contribuito alla sconfitta del partito. Informazioni che Obama stesso sa essere scomode e che evita sapientemente di nominare. Il gioco retorico più volte impiegato da Obama, è questo: parliamo di “attacco al partito democratico” senza mai implicare ciò che l’attacco, e Wikileaks, hanno rivelato: brogli per favorire la vittoria di Clinton. Poi si dice che responsabili dell’attacco sono i russi. Infine, salto carpiato, si tenta di tracciare un parallelo tra la Russia odierna e l’URSS. L’ex agente del KGB, come viene spesso chiamato Putin, è un elemento di continuità con quello che Reagan, altro grande oratore, definì “l’Impero del Male”.
Invece che tradursi esclusivamente in un atto d’accusa, questa potrebbe essere l’occasione non solo per iniziare una seria discussione su ciò che il partito è diventato, ma anche per riformare l’opinione pubblica americana. Infatti quando l’America hackera, hackera forte ed adesso sembra aver assaggiato per la prima volta un po’ della sua medicina. Come ventilato da Ron Paul avanti le telecamere di RT, la CIA influenza le elezioni in centinaia di paesi. E quando non le hackera ci va giù duro., intromettendosi con forza nelle democrazie altrui. Vi ricordano niente queste date? Iran nel 53, Guatemala nel 54, Congo nel 60, Cile nel 73, e potrei continuare ancora. Cinquanta sfumature di colpi di stato.

 

Di Alessandro Viola

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