Hillary Clinton è tornata a parlare in pubblico dopo la sua sconfitta alle elezioni presidenziali statunitensi e ha lanciato un appello contro la diffusione prorompente delle fake news, notizie inventate che circolano su internet e sulla carta stampata. L’ex candidata ha espresso le sue preoccupazioni in occasione della cerimonia di fine carriera per il senatore democratico Harry Reid, tenutasi a Capitol Hill l’8 dicembre 2016. «Qui non si tratta di politica, ci sono vite a rischio», ha affermato, poi aggiungendo che «è un pericolo che va affrontato e va affrontato in fretta». Quella che la Clinton ha definito «una epidemia» è negli effetti un fenomeno preoccupante, in quanto instabile e incontrollabile. Si tratta di articoli e contenuti che veicolano spesso accuse molto gravi nei confronti di politici ed esponenti istituzionali, ma che sono nel più dei casi del tutto infondate. Il loro unico scopo è minare la credibilità del protagonista della notizia, così influenzando l’opinione pubblica.
Le fake news legate alla candidata democratica hanno raggiunto il parossismo dell’assurdo con il caso “PizzaGate”, così ribattezzato sulla falsa riga del noto caso Watergate, che probabilmente ha motivato la dichiarazione dell’8 dicembre. Negli ultimi mesi, alcuni siti scandalistici hanno divulgato gravi proclami d’accusa nei confronti della Clinton e del responsabile della sua campagna elettorale, John Podesta. Secondo ricostruzioni postume, come quella di Cecilia Kang per il New York Times, tutto sarebbe nato dall’hackeraggio della casella postale di Podesta. Chi ha avuto accesso alle sue email avrebbe notato una conversazione tra il proprietario e James Alefantis, co-fondatore di una pizzeria di Washington e sostenitore del partito democratico. Da questo gli internauti avrebbero poi tratto una teoria secondo cui i due, assieme alla Clinton, sarebbero i gestori di un traffico di prostituzione minorile nel retrobottega di alcune pizzerie statunitensi. Una notizia tanto eclatante si è diffusa rapidamente sulla rete, rimbalzando di sito in sito e di social in social, fino a generare un rumor incontrollabile, come dimostra la popolarità dell’hashtag #PizzaGate. È stata creata persino una comunità su Reddit che si è riproposta di «scavare per trovare la verità», in quanto la polizia non sta investigando sulla questione e così dimostrerebbe di voler insabbiare il caso. La comunità ad oggi è stata bannata, ma è ancora possibile imbattersi in thread e blog in cui la discussione è ancora ben accesa.
Il caso fa parte a una lunga serie di notizie assai poco credibili, spesso alimentate dai più tenaci complottisti e purtroppo anche da quei giornalisti, più o meno rinomati, che effettuano solo un blando controllo delle fonti. Questi fattori, nel loro insieme, non fanno altro che intorbidire le acque e nascondere i fatti, impedendo così alla gente comune di valutare la situazione con obiettività e nutrendone invece le fantasie e le convinzioni più irrazionali. Le conseguenze sono indubbiamente pericolose. Da una parte, ricerche recenti, come quelle del Pew Research Center di Washington, dimostrano che la maggioranza continua ad affidarsi alle testate giornalistiche ufficiali per raccogliere informazioni e fa uso dei social media solo nei termini di una “sentinella” (watchdog) che permette di individuare nuove interpretazioni dei fatti. Dall’altra, però, c’è un fronte in espansione che tende a credere a tutto quello che legge sulla rete. Questo significa attribuire alle opinioni di perfetti sconosciuti più credibilità di quella che si percepisce nei media ufficiali, considerati schierati.
Per la maggior parte di questi individui, digitare i propri pensieri su internet spesso basta a soddisfare il proprio desiderio di contestazione. Tuttavia, non per tutti questo è sufficiente. Vi sono alcuni che decidono di fare un passo in più, ossia reagire nel mondo reale, per «cambiare le cose» o per il semplice scopo di attirare l’attenzione su di sé. Da questo derivano casi drammatici come la spedizione punitiva di dicembre nella pizzeria Comet Ping Pong a Washington, proprietà di James Alefantis. Il fautore è un uomo che credeva davvero che il locale fosse una delle basi-prigioni della presunta rete di prostituzione minorile gestita dalla Clinton. Fortunatamente, se ne può parlare come di una tragedia scampata, poiché non ci sono state vittime nonostante la presenza di armi da fuoco. Alcuni hanno sperato che, dopo questo fatto, entrambi i fronti avrebbero abbassato i toni, al fine di evitare la nascita di emuli. Il fronte repubblicano, tuttavia, non ha perso l’occasione per appropriarsi di un altro elemento a sfavore dell’avversaria. Infatti, sostenendo che il ragazzo ha studiato arte, hanno trasformato la situazione in una realtà ancor più tragicomica: sarebbe infatti un attore, ingaggiato dai sostenitori della Clinton per screditare la storia del “PizzaGate”.
Evidentemente, usare notizie inventate è una prassi di uso comune, specialmente in periodo elettorale. Se Donald Trump ha fatto ricorso a dichiarazioni sessiste e accuse gravissime contro l’avversaria, anche il partito democratico ha usato ripetutamente notizie dalla dubbia origine o informazioni incomplete per screditare il candidato repubblicano o difendere la propria reputazione. Ad esempio, il fronte pro-Clinton ha affermato che il testo di alcune email trafugate dalla posta di Podesta è stato manipolato dall’Intelligence russa al fine di creare disinformazione e favorire la vittoria di Trump. Inoltre, più volte la candidata democratica ha affermato che le dichiarazioni anti-islamiche dell’avversario fossero usate dall’ISIS per reclutare nuovi combattenti. La Clinton è anche accusata di voler insabbiare il caso della morte dell’ambasciatore J. Christopher Stevens e di altri tre cittadini americani presso Benghazi, nel settembre 2012. All’epoca era Segretario di Stato e secondo i suoi accusatori avrebbe autorizzato i fatali tagli ai costi per la sicurezza dei dipendenti presenti in Libia.
Secondo la ricerca del Pew Research Center (1-4 dicembre 2016), più della metà dei democratici e repubblicani intervistati concorda sul fatto che queste notizie generino solo confusione e non facilitino il dibattito. Tuttavia, la responsabilità non viene attribuita solo al governo o ai media ma anche ai cittadini. Infatti, sebbene il 39% degli intervistati creda di essere in grado di riconoscere una “bufala”, il 23% ha ammesso di aver condiviso una notizia falsa, deliberatamente o meno. Il vero problema è che le persone sono più inclini ad accettare informazioni false ma che convalidano la propria opinione, piuttosto che confrontarsi con punti di vista opposti, come sostiene il ricercatore Walter Quattrociocchi.
Al di là delle preferenze ideologiche e fazionarie, questi dati sostengono comunque l’appello di Hillary Clinton sulla necessità di porre un freno alle fake news. Non perché siano la causa della sua sconfitta elettorale, come ha affermato in alcune occasioni, ma perché si tratta obiettivamente di un fenomeno che danneggia tutti, politici e cittadini. Quanti gettano accuse infamanti contro l’avversario e lo additano come un bugiardo, in genere non sono mossi dal desiderio di intavolare un discorso pubblico onesto. In realtà le fake news sono un utile strumento volto a influenzare il discorso pubblico, come lo sono la retorica e le promesse elettorali, di cui ogni rappresentante politico ha fatto uso, negli USA e nel mondo. L’unica certezza, alla fine, è che esse mettono in secondo piano quelle verità e quelle problematiche più urgenti che dovrebbero essere affrontate con massima priorità.

 

Di Erika Panuccio

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