Per comprendere la vera differenza tra il maggioritario e il proporzionale basta osservare, di chi è espressione l’uno e di chi è manifestazione l’altro. Come ha constatato di recente anche Giorgio Cremaschi, da sempre il solo sistema elettorale in cui ogni voto ha la stessa valenza, e non ci sono voti più importanti di altri, è il proporzionale. Non a caso le forze socialiste, comuniste e progressiste, e più in generale le forze che rappresentano i lavoratori e i più deboli della società, sostengono (di norma) tale modello. Le élites, i poteri economici e bancari rappresentati dalle forze più reazionarie patrocinano l’altro impianto, quello maggioritario. Non si comprendono, difatti, le motivazioni secondo cui un partito che non ottenga la maggioranza reale dei consensi debba usufruire di una finta e artificiosa maggioranza parlamentare. Desta stupore, tra l’altro, come i dissoluti quanto spregiudicati grillini abbiano cambiato opinione in meno di una settimana. Da quando, cioè, erano in prima linea contro questo avventato sistema elettorale, giudicato giustamente troppo autoritario, mentre ora ritengono l’Italicum “rivisitato” come un disegno legale e legittimo. È la ratio di quella legge che va rigettata se si vuole rispettare la volontà popolare. Una logica che premierebbe i furbetti dal voto in più, a discapito di tutte le minoranze, che in un sol colpo verrebbero gettate nel cestino nell’inutilità politica. Il M5s pratica questo esercizio, con intensità e consapevolezza, da tempo. Da quando è alla ribalta.

Delle altre forze, pseudo-maggioritarie e liberiste, non ci si meraviglia più perché ai loro contorsionismi siamo abituati, ma dai “nuovi che avanzano” non è auspicabile, almeno con questa disinvoltura. D’altronde il loro mantra, da sempre, è “una testa un voto”: perché questo può accadere nella loro fantasiosa rete e non nel paese che vota realmente? Torsione comprensibile alla luce della loro fretta di andare al voto, proprio ora che, inaspettatamente e per merito altrui, il vento torna loro in poppa. Probabilmente non per molto, constatate le miserevoli incompetenze dei più all’interno di quel movimento senza una vera e propria linea di condotta alternativa, se non fievolissima e schiacciata sul “tutto fa brodo finché fa effetto”, ossia accettiamo le proposte “buone”, pure se queste vengono da Mengele.

Milioni di donne e uomini che, invece, indipendentemente dalle indicazioni dei partiti e dei comitati, hanno espresso un evidente desiderio di cambiamento, non solo nei confronti del renzismo e delle sue propaggini, ma di tutto l’assetto istituzionale; compresi l’opposizione a Renzi, in sintesi. E che, consapevolmente, non hanno accettato, questa riforma raffazzonata, concepita da Renzo de Medici, il quale a seconda dell’andamento dei sondaggi ci metteva e ci toglieva la faccia; salvo poi dover cedere di fronte ad una plebiscitaria evidenza. Un’occasione formidabile, speriamo non ulteriormente sprecata, per la Sinistra (necessariamente da unire) di rivivere, non solo attraverso la difesa della Carta, ma anche nella pretesa che essa venga applicata.

L’esito referendario, invece, potrebbe consentire di ri-acquisire compattezza e peso politico alla parte più reazionaria, indubbiamente più scaltra. In un contesto internazionale, ormai non più solo un campanello d’allarme, che ci consegna la vittoria di Trump negli Stati Uniti e riscalda derive xenofobe in diversi paesi europei. Le (non) sinistre appiattite sul liberismo e sugli inanimati mercati, lasciano un vuoto che solo quelle forze provano immoralmente a colmare. I pentastellati che teorizzano e goffamente praticano il superamento delle categorie di destra e di sinistra, non rappresentano affatto una risposta matura e adeguata, proprio in una fase nella quale l’avanzata globale di una di quelle due categorie, la destra, che in tempi di crisi, come di consueto, si mostra più sorretta e aggressiva, richiederebbe, invece, un movimento di resistenza scevro da qualsiasi equivocità.

Rispettare il voto del 4 dicembre significa, grazie ad un ampio suffragio popolare, ritornare ad un proporzionale, dopo più di vent’anni di maggioritaria limitazione democratica. Magari un proporzionale “ben temperato” (citando la gradevole definizione presa dalle pagine del Manifesto), come il sistema musicale ereditato da Bach, il cui fine ambìto era la ricerca dell’armonia. Una nuova armonia, insomma, che faccia riemergere, e sappia rappresentare, tutte le anime della società italiana. Alla pari. La paura è che il nuovo governo, obbligatorio al di la della propaganda, non assolva a questa unica funzione, oggi quanto mai indispensabile, tradendo di fatto l’essenza profonda del pronunciamento al referendum.

Di Leonardo Masone

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