In occasione della sua prima uscita internazionale in veste di primo ministro a Bruxelles, Paolo Gentiloni, dopo esser stato accolto dagli altri premier con un sospiro di sollievo per la continuità garantita con il governo Renzi e la conseguente contiguità con gli interessi delle grandi elites tecno-finanziarie, ha preso la parola denunciando senza mezzi termini i grandissimi ritardi con cui l’Unione Europea sta reagendo ai sempre più copiosi e incontrollati flussi migratori.

Sappiamo che l’Italia, per motivi anzitutto geografici, si trova da diversi anni in primissima linea ad affrontare la continua crisi immigratoria, quasi sempre lasciata sola e abbandonata dai Paesi del Nord-Centro-Est d’Europa, i quali, in virtù del già più volte contestato Trattato di Dublino, il quale prevede in sostanza che la responsabilità dell’asilo tocchi al paese europeo di primo sbarco, scaricano interamente il peso di coloro che fuggono da guerre e carestie – in primis coloro che provengono da Libia, Siria e Medio Oriente – sui Paesi del Sud, in primis Malta, Grecia e Italia.

Gentiloni chiama in causa esplicitamente la Germania, frenando le ambizioni tedesche di riformare in modo definitivo il Trattato di Dublino entro il prossimo giugno, ritenendo preferibili modalità più caute e concertate di procedere, seppur con tempi presumibilmente più lunghi. Intanto l’obiettivo di bloccare il tentativo della presidenza europea slovacca “anti-migranti”, facendo passare il concetto di «solidarietà flessibile» lanciato al vertice informale di settembre a Bratislava per poter evitare la redistribuzione dei richiedenti asilo, limitandosi a dare in cambio aiuti finanziari o inviare guardie di frontiera, è stato perlomeno raggiunto.
Da qui si riparte. Occorre mediare e trovare il consenso, il che non sarà certo facile trattandosi di una materia così delicata e complessa. La presidenza maltese, che inizierà a gennaio, ha interesse prioritario nell’introduzione di meccanismi di redistribuzione obbligatori dei rifugiati, essendo Malta uno Stato insulare con una superficie di appena 316 km quadrati e, quindi, particolarmente vulnerabile a flussi migratori sostenuti. È probabile che la presidenza maltese spingerà in questa direzione, ma è anche vero che si tratta di uno Stato piccolo, sottoposto alla pressione di Stati ben più grandi e influenti, come Francia e Germania.

L’Italia per bocca di Gentiloni ha per ora fatto sentire la sua voce. Vedremo se alle parole seguiranno anche i fatti nell’interesse nazionale. Considerando le dinamiche geo-politiche internazionali e il peso effettivo dell’Italia oggi, dubitiamo fortemente che questo governo-fantoccio, l’ennesimo, possa risultare incisivo nell’opera di mediazione diplomatica europea e temiamo che quello espresso dal “nostro” sia semplicemente “flatus vocis”, un po’ come quando i tecnocrati europei, Juncker in primis, si sperticano in dichiarazioni sulla tanto declamata “solidarietà europea”. Caro Gentiloni, come dice il proverbio, “can che abbaia non morde”, ma forse, in questo caso, non può nemmeno mordere.

Di Loris Falconi

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