Certo che questo 2016 è pieno di sorprese. Pochi giorni fa il consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato la risoluzione 2334. 14 voti favorevoli e un’astensione che ha fatto molto discutere: Quella degli Stati Uniti. Accuse ed elogi da ogni fronte. Netanyahu parla di tradimento, il gruppo di ebrei radicali J Street approva al risoluzione, il portavoce della Camera Paul Ryan parla di scelta vergognosa, e l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) esulta e Trump cinguetta a tutto spiano. Ma cosa ha condotto a questa storica astensione?
Le motivazioni immediate ci vengono prontamente date da Samantha Power, ambasciatrice USA all’ONU, che ha affermato subito dopo il voto che «la risoluzione mira infatti a fermare la politica degli insediamenti israeliani in territorio palestinese, inclusa Gerusalemme est, e insiste sulla necessità della creazione di uno stato Palestinese che conviva con Israele» (la cosiddetta Two State Solution).
Attraverso questa risoluzione si è voluto segnalare la fragilità dei requisiti necessari alla soluzione dei due stati. Se si prende una cartina del medio oriente aggiornata si noterà come il territorio palestinese non sia diverso da un sacchetto di coriandoli. Le aree A (bassissima densità abitativa sotto controllo israeliano) e B (media densità sotto controllo congiunto arabo-israeliano) sono disseminate da enclavi israeliane che ne hanno modificato non solo la demografia, ma anche la continuità territoriale. Qualora si dovesse arrivare alla soluzione dei due stati dove verrà tracciato il confine? Curiosamente nel 2011 gli Usa applicarono il veto a una risoluzione molto simile. Robert Malley, uomo ai vertici del Consiglio di Sicurezza Nazionale ed esperto di Medio Oriente, sembra voler giustificare la scelta con i negoziati che all’epoca erano in corso. Non si voleva destabilizzare quella delicata sintonia diplomatica che si pensava aver raggiunto. Ma dal 2011 in poi la politica degli insediamenti è diventata sempre più pressante fino a raggiungere il suo picco proprio quest’anno con la “Normalization Law” (presentata, ma mai approvata dal Knesset) che avrebbe legalizzato retroattivamente tutti gli insediamenti israeliani. Per non parlare – notizia di pochi giorni fa – della progettata costruzione di 618 case nella parte Est di Gerusalemme. L’astensione andrebbe dunque vista in quest’ottica come il colpo di coda dell’amministrazione uscente che ha visto fallire uno dei suoi obiettivi primari. Fin dal suo insediamento nel 2009 Obama ha parlato della storica pace Israelo-palestinese come una delle sue priorità in politica estera. Prova ne è la decisione di dare carta bianca al segretario di stato John Kerry.
Per quanto sia indubbiamente un segnale forte ci sono però almeno tre motivi che non fanno veramente sperare in grossi cambiamenti: 1) la risoluzione è stata siglata secondo il capitolo 6 della carta delle Nazioni Unite, e di conseguenza non è vincolante. Israele potrà benissimo ignorarla, come fatto notare dal presidente Israeliano. 2) Nessuna delle parti in causa crede ancora nella soluzione dei due stati. Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett ha detto schiettamente che  «the era of the two-state solution is over». E secondo Kahlil Shikaki, direttore del Psr (Palestinian center for policy and survey research) anche presso i palestinesi la soluzione dei due stati desta molto scetticismo. 3) La nuova amministrazione statunitense. La più filoisraeliana di sempre.

 

Di Alessandro Viola

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