Non c’è paese al mondo che non abbia simili dinamiche della politica italiana come il Brasile. Italia e Brasile hanno in comune non solo le origini latine e culturali, ma anche la presenza di parlamentari inquisiti che godono dell’impunità (come André Moura, presidente della Camera Bassa, esponente del Partito Sociale Cristiano) , e il governo tecnico di Michel Temer generato dal golpe istituzionale di quest’estate, attraverso lo strumento dell’impeachement contro l’ex Presidente Dilma Rousseff, accusata di aver falsato i dati fiscali sul deficit del bilancio annuale. L’Italia ebbe il suo impeachment nel 2011, contro l’ultimo governo eletto dal popolo, dell’ex Presidente Silvio Berlusconi. La Rousseff, membro del Partito dei Lavoratori, doveva essere colei che avrebbe dovuto continuare il vento di poppa del Brasile di Lula da Silva, il promotore della crescita economica unita ad equilibri fiscali, che portò il PIL brasiliano a +7.6% nel 2010 (dato 2015 dell’IBGE, Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística) che ha attratto ingenti investimenti stranieri, che ha realizzato estesi programmi sociali contro la povertà e la disoccupazione, che ha ridotto le diseguaglianze sociali dei neri e degli indios, e sopratutto, che ha portato il Brasile nei BRICS, verso una direzione geopolitica multipolare. La Rousseff, di certo, non avrebbe tradito il consenso popolare, colpendo le ipoteche dello sviluppo del paese, ma avrebbe cercato di migliorare alcune falle del sistema economico brasiliano, che per quanto fu in crescita grazie alla sospinta dei prezzi stellari delle materie prime, non raggiungeva i livelli dei paesi emergenti come la Cina e l’India. Questo a causa di un sistema produttivo poco competitivo ed eccessivamente protetto dallo Stato, infrastrutture inadeguate (nonostante le grandi opere per i mondiali di calcio nel 2014 e le Olimpiadi di quest’estate), un sistema educativo eccellente ai vertici ma deficitario alla base. E dopo l’impeachment contro la Rousseff e il Partito dei Lavoratori, come si presenta la situazione politico-economica del Brasile? Al governo c’è Michel Temer, appoggiato dalla coalizione della destra liberista, con il Partito Social-Democratico e il Movimento Democratico (ex alleato del PT di Lula), dove non sono più le classi lavoratrici e la classe media ad essere rappresentata al governo, ma quell’alta borghesia possidente delle rendite finanziarie e delle privatizzazioni, con un Consiglio dei Ministri formato da uomini bianchi e ricchi. Ed ecco che il golpe soft di Temer mostra la sua vera faccia. Ultimamente, il Senato a dato via libera con 64 voti a favore e 14 contrari al PEC 55, un piano di austerità economica di durata ventennale. L’obiettivo è di ridimensionare i conti pubblici con tagli drastici sulla sanità, sull’ istruzione, sullo stato sociale, sul lavoro nella pubblica amministrazione, e sull’edilizia popolare, dove le categorie sociali disagiate e vulnerabili saranno pesantamente colpite. Non a caso le Nazioni Unite hanno commentato, la settimana scorsa, riguardo la PEC 55, che graverà in particolare sui brasiliani più poveri. In quasi la metà delle regioni, i brasiliani sono scesi in piazza a manifestare la loro protesta contro l’austerity e contro la sospensione della democrazia, per un governo non eletto dal popolo. Ma ormai siamo nell’era delle tecnocrazie, dove finalmente, come dissero Negri e Hardt nell’opera intitolata “Impero” (2000) si può rendere politicamente possibile tutto ciò che prima era politicamente impossibile. La parola d’ordine di Temer, dentro di sè, è la tipica neo-liberista “distruggere lo stato sociale, e smantellare tutto quello che il PT ha realizzato per il popolo”, in un paese in cui la povertà ha sempre prevalicato sul benessere diffuso. C’è l’esempio del Ministro della Sanità Ricardo Barros che vorrebbe incentivare le assicurazioni sanitarie private, o del Ministro dell’Istruzione Mendoca Filho, che vuole eliminare le quote riservate agli indios e ai neri nelle università. L’obiettivo del governo è anche quello di tutelare la cricca oligarchica degli affari sporchi, come per esempio il patteggiamento della società di costruzioni Odebrecht con la giustizia brasiliana, in cambio di una riduzione di pena, dove il presidente brasiliano Temer avrebbe chiesto nel 2014 all’ex presidente della compagnia, circa tre milioni di dollari, per finanziare la campagna del suo partito. Da notare anche la nomina di Ministro dell’Agricoltura al primo produttore mondiale di soia, Blairo Maggi. Il Governo Temer è una combriccola oligarchica neo-conservatrice, neo-liberista, e chiaramente filo-occidentale. Il Brasile si allontanerà dal progetto geopolitico multipolarista con i paesi membri dei BRICS, per ritornare di nuovo nel guinzaglio stretto degli Usa, come è stato fino pochi anni fa, prima del governo socialista di Lula. Già sono tesi i rapporti con i paesi socialisti ancora in piedi come la Bolivia di Morales, e il Venezuela di Maduro, che proprio quest’ultimo di recente ha paragonato Temer a Pinochet (dopo che la Mercosur ha sospeso il Venezuela dal mercato unico, non può che avercela a morte con Temer). E proprio ricordando questo personaggio infausto, che il popolo brasiliano si vedrà rigettato indietro nel tempo; un cambiamento di rotta ingiusto per un paese che sperava di diventare un modello di sviluppo economico sovranista per l’America Latina, per un paese che pareva volare alto come non mai nella sua storia, ed ora si trova nella pieno della recessione economica, con un PIL a -3,5%, e un deficit pubblico fuori controllo. L’entusiasmo e le feste dei mondiali di calcio e delle Olimpiadi sono state una toccata e fuga per i brasiliani, che da ora, percorrerà una via crucis di trappole ed insidie.

 

Di Dario Zumkeller

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