Nel silenzio generale dei media, il Presidente Obama ha apposto la sua firma venerdì 23 dicembre, poco prima della pausa natalizia, al programma annuale di “Defense Policy” (noto anche con l’acronimo di NDAA).

Approvato in precedenza da entrambe le Camere, tale pacchetto di provvedimenti – su alcuni dei quali lo stesso Obama mantiene delle riserve – autorizza un budget di spesa di 618,7 miliardi di dollari, 67 dei quali destinati a un fondo di guerra per eventuali operazioni oltremare. I Democratici, per motivi legati alla ripartizione delle spese, si erano opposti all’istituzione di questo fondo, ma le resistenze all’approvazione dell’NDAA sono cadute una volta rigettati alcuni aspetti del programma, come una disposizione che i Democratici consideravano discriminatoria nei confronti delle persone LGBT.

Il deputato repubblicano Mac Thornberry ha plaudito alla firma di Obama e ha presagito che sotto la Presidenza Trump si continuerà a rinforzare la difesa. «Dopo i voti schiaccianti di entrambi i partiti, è rassicurante vedere la firma del Presidente all’NDAA di quest’anno, che intende riformare e ricostruire le nostre forze armate – ha dichiarato Thornberry –. È un passo significativo per le nostre truppe, per i nostri alleati e per la sicurezza della nostra Nazione, ma c’è ancora molto lavoro da fare per riparare ai danni fatti alla nostra difesa negli anni passati».

Aspetto più controverso del programma, però, è una disposizione che prevede l’istituzione di un centro nazionale anti-propaganda, nota anche come “Countering Disinformation and Propaganda Act”.

Introdotta dal senatore repubblicano Rob Portman, tale disposizione prevede la costituzione di un “Global Engagement Center” alle dipendenze del Dipartimento di Stato, che coordini gli impegni per «riconoscere, comprendere, esibire e contrastare la propaganda di stati stranieri o di attori non-statali e i tentativi di disinformazione atti a minare gli interessi statunitensi in materia di sicurezza nazionale». La legge, inoltre, autorizza agenzie non governative a «raccogliere e archiviare – sulla stampa, online, sui social media ecc. – casi di disinformazione e di propaganda» nei riguardi degli Stati Uniti e dei suoi alleati, ed autorizza anche a «contrastare gli sforzi di entità straniere di usare la disinformazione e la propaganda per influenzare le politiche e la stabilità sociale e politica» degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Il direttore del centro sarà nominato dal Presidente, il che significa che con tutta probabilità il primo direttore verrà scelto da Donald Trump. La legge, tuttavia, è stata imbastita alcune settimane prima della vittoria del miliardario newyorkese, nel mezzo dello sdegno per la diffusione delle cosiddette “fake news” e degli annunci d’ingerenze straniere (sinora comunque non provate), che sono state poi accusate di aver contribuito al trionfo trumpiano (accuse che nel nostro continente già conosciamo, da quando il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione contro i media russi, nella fattispecie Russia Today e Sputnik…).

Negli USA, peraltro, si è già nella direzione di un monitoraggio manifesto degli organi d’informazione critici nei confronti politica estera del Paese, come testimonia la “fake news blacklist” redatta dal Washington Post, accusata dai critici e dai giornalisti indipendenti di “neo-maccartismo”.

Uno scenario insomma preoccupante, specie per chi ha cara la libertà di stampa.

Di Lorenzo Amarotto

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